
HARRY SHAW
‘Parola Di Ozzy’-BOOK
(Tsunami Edizioni, 132 pagine, italiano)
I tipi di Tsunami la sanno lunga, o almeno sono persone che hanno un minimo di sale in zucca. D’altra parte perché pubblicare l’ennesima biografia sul leggendario frontman quando gli scaffali dei negozi ne sono già colmi? Bene allora eccovi servito un escamotage degno di nota, ossia racchiudere in un libro tutte le sue frasi celebri! ‘Parola Di Ozzy’ è strutturato proprio così: piccoli trafiletti utili a capire cosa si cela dietro il musicista di Birmingham. Un lavoro certosino che ha portato via parecchio tempo all’autore, capace poi di dividere tutto questo insieme di pensieri in sezioni: si passa così dalle origini dei Sabbath (“Che cazzo è tutto ad un tratto ‘sta storia del culto, di essere degli dei? Eravamo soltanto quattro ragazzi di Birmingham che non sapevano manco scrivere il proprio nome e che suonavano musica fottutamente grezza”), all’autocritica (“Quando ascolto i dischi che ho realizzato anni fa insieme ai Black Sabbath, suonano come se fossero ricoperti dal fango di un vulcano colombiano!”), passando poi a parlare di famiglia (“E’ Sharon che comanda e sono i miei figli a tenermi in riga. Io ci provo a tenere in riga loro, ma mi rispondono vaffanculo dai!”) e groupie (“Non ho molto tempo per loro – ne trovi sin troppe che sono veramente fuse…Passo ai miei roadie tutti i bigliettini delle tipe. Il loro bus è come un cazzo di harem itinerante…Hanno sfondato tutte le cuccette!”). Insomma come avrete notato in questo lavoro ce n’è per tutti i gusti ed è davvero difficile che possa risultare noioso agli occhi di un fan, visto anche il notevole archivio fotografico presente. Consigliato!
(Eros Pasi)

ANARBOR
‘Free Your Mind’-CD
(Hopeless/Rude)
‘Free Your Mind’ è un e.p. di sette pezzi degli Anarbor che anticipa l’imminente secondo full-length. Lo stile del quartetto dell’Arizona può sintetizzarsi come un pop-rock influenzato in maniera neanche troppo velata dal punkettino californiano da classifica. Non si riesce a dire molto altro, per la verità. Certamente si provano a battere più strade diverse: ‘The Brightest Green’, ad esempio, segue le orme del funk mainstream dei Maroon 5, ‘Where The Wild Things Are (Monsters)’ possiede gli inevitabili agganci melodici tipici delle sigle dei telefilm per adolescenti (Smallville et similia), ‘You And I’ ve la potete ritrovare anche nel terzo capitolo cinematografico di Scooby-Doo (sticazzi). In un mare di melassa come questo, soltanto la conclusiva ‘Always Dirty, Never Clean’ sembra rifuggire dai facili schemi da canzoncina pop, per cercare qualche forma espressiva un minimo indipendente (quantomeno nelle ritmiche e in certe variazioni). Ora, non è che da un mini di venti minuti si pretendono fuoco e fiamme, ma gli Anarbor pare non provino nemmeno a considerare l’idea di uscire un po’ dal seminato.
(Flavio Ignelzi)

HAULIN’ASS
‘Towards Which Future’-CD
(Vacation House)
L’hardcore muta, evolve, si alimenta degli stimoli più disparati, ma se ci affidiamo al bollettino del mercato pare che al momento il tutto si risolva nella micidiale tenaglia a due tra l’emo/screamo e la NWOAHM. Ecco perché un debutto non convenzionale come questo ‘Towards Which Future’ degli Haulin’Ass possiede i numeri giusti per rompere gli schemi, muoversi fuori dal coro e, al tirar delle somme, farsi notare. La sua personalità e la sua incisività stanno tutte nella sua natura ibrida: l’hardcore vecchia scuola che si scioglie gradualmente nel crossover (persino funk), con invettive violente ma non gratuite, qualche trama semplice tipo melodic-punk, qualche altra contorta tipo post-core. Vengono a cadere quelli che sono i punti di riferimento fissi, con i pro e i contro del caso, per un quasi concept suddiviso in tre sezioni: il passato (‘Life So Far’), il presente (‘Contemporary Ghosts’) ed il futuro (‘Towards Which Future?’). Si percepisce che la band piacentina ha esperienza (since 1999), con la quale ha già maturato una propria identità distintiva, in grado di nutrirsi di impulsi esterni diversi, ma ciò che emerge con più forza è il talento genuino. Mi sa che ci attendono grandi cose nel prossimo futuro.
(Flavio Ignelzi)

DEFTONES
‘Diamond Eyes’-CD
(Reprise)
Dovreste conoscere le vicissitudini occorse alla band di Sacramento nell’ultimo anno e mezzo: si stava preparando l’uscita dell’album ‘Eros’, poi il tragico incidente stradale del bassista Chi Cheng, il coma, la sostituzione dolorosa con Sergio Vega (Quicksand), l’accantonamento del disco perché non più rappresentativo per il gruppo, la scrittura di nuovo materiale caratterizzato da una carica positiva ed ottimista quasi esorcizzante. Il risultato è il nuovo, sbalorditivo, ‘Diamond Eyes’. Sostenuta dalla produzione esplosiva di Nick Raskulinecz (Foo Fighters, Alice In Chains, Coheed And Cambria), l’ugola di Chino Moreno, piegata a un’urgenza comunicativa rarissima, è l’elemento unificatore di questi quaranta minuti densi e sfaccettati. Ancor più del resto, si muove persuasiva nella title-track, che polverizza ogni cosa, e in ‘Prince’, così irrequieta nell’alternanza pieni/vuoti. Si accende nel perfetto, detonante, singolo ‘Rocket Skates’ e nella velenosa ‘Royal’. Si trastulla con alte sofisticherie nella rete dark (un po’ new-wave, un po’ post-rock) in cui si divincola la conturbante ‘Sex Tape’. Non voglio farmi prendere dall’eccessivo entusiasmo (che confina con la devozione), ma ‘Diamond Eyes’ pare elevarsi alle stesse altezze di ‘Around The Fur’ e ‘White Pony’. Cioè il tetto del mondo, più o meno.
(Flavio Ignelzi)

STIGMA
‘Concerto For The Undead’-CD
(Pivotal Rockordings)
La copertina ispirata ai fumetti horror degli anni cinquanta/sessanta tipo Tales From The Crypt o Creepy già mette di buon umore, ma è la musica il vero colpo di fulmine. Con un lavoro furioso, intricato e beffardo, gli Stigma snocciolano una decina di tracce frenetiche ed eterogenee, votate al culto dello speed/death più tecnico di esplicita matrice scandinava, nonché delle melodie più allegre e contemporaneamente tenebrose. Provate ad immaginare una versione “extreme” dei primi (e migliori) Helloween, in cui le chitarre, il basso e la (indiavolata) batteria si inseguono generando un pastiche che potrebbe essere la perfetta colonna sonora di un apocalittico giorno di Ognissanti. Il tutto in una quarantina di minuti o poco più. Trovare di meglio in questi ambiti, oggi come oggi, è praticamente impossibile, considerata altresì l’ottima prova dell’orco urlatore Stefano “Vlad” Ghersi, eccellente per efficacia ed eclettismo. ‘Prove You Are A Man!’, ‘The Undertaker’ e ‘Beat Me Maestro, Eight To The Dead!’ sono a mio giudizio gli apici del platter, ma è difficile fare graduatorie considerata la qualità generale così elevata. Complimenti al quartetto piemontese, che al momento è una delle band italiane da seguire incondizionatamente.
(Flavio Ignelzi)