Infart – the picture story

Posted by Graphic deparment On September - 8 - 2010 ADD COMMENTS

3, 4 e 5 settembre Bassano del Grappa è diventato capitale europea dell’urban art con il ritorno della 4a edizione dell’Infart.

Con più di 60 artisti rappresentati, tra questi i belghi Roa, Bue The Warriors, Resto, Steve Locatelli, che negli ultimi anni hanno svolto un grosso lavoro nelle capitali europee e d’oltreoceano, e insieme a loro gli spagnoli Zosen, Kenor, H 101 e Sabojealmontaje con i loro colori sgargianti, e il francese C215, uno dei più produttivi street artist al mondo. Quelli italiani invece provenivano da Milano, Roma, Torino e, naturalmente, da Bassano.

Lo spazio era diviso fra:
- Ex-Garage Nardini e l’arena Cimberle-Ferrari, accompagnato da un vero e proprio festival di musica elettronica con molti dj che si davano il cambio in consolle: il duo italiano Pink Is Punk di ritorno dalla tournée in Giappone, l’internazionale Dj Spiller, Dj Color della Nano Records, il side project di Infart Ackeejuice e ancora Dj Boma, Lrst, Smash The Disco, Stardustfresher, Kenor, Dj Nico e Dj Maick.

- L’ indoor exhibition al Castello degli Ezzelini allestito con opere su tela e sculture inedite di selezionati artisti e che sarà visitabile fino al 19 settembre.

Salad Days era presente con una macchina fotografica per raccontarvi la “fotostoria” di Hello Nasty , un’invasione di livello molto alto, fatta a colpi di pennello, bombolette, fotografia, collage, stencil, scultura e installazioni…

by Alexandra Romano

www.infartcollective.com

Shai Hulud interview

Posted by Salad Days On September - 6 - 2010 ADD COMMENTS

SHAI HULUD INTERVIEW

Uno dei gruppi tra i più duraturi nella storia dell’hc e con un enorme quantità di cambi di membri, a cui probabilmente è già stato chiesto tutto o quasi e che ha addirittura una pagina su wikipedia con le domande da NON fare. In qualche modo siamo riusciti ad intercettarli durante il loro ultimo tour europeo, e cercando di evitare per quanto possibile le classiche domande da mag abbiamo discusso con Matthew Fox, membro originario della band e intorno al quale ruota il tutto l’asse Shai Hulud:

SD: Da quanto tempo è che suoni con gli Shai Hulud?

MF: Suono con gli Shai Hulud incredibilmente dal 1995, sono molti anni…15 anni giusto? Non riesco a crederci nemmeno io..

SD: Perchè tutti questi cambiamenti repentini di formazione? Avete avuto molti cantanti se non sbaglio…

MF: Si abbiamo cambiato cantante un’infinità di volte devo dire. Potrei raccontarti la storia di ogni cantante e dirti i motivi per cui non ha funzionato con uno o con l’altro, ma dirò soltanto che le persone hanno la propria testa. Se solo pensi alle relazioni d’amore, tra un uomo e una donna per esempio, nonostante siano solo due persone a volte diventa molto difficile andare avanti, figurarsi quando in ballo ce ne sono cinque di personalità diverse. Andare d’accordo diventa ancora più complesso. Non abbiamo cambiato soltanto cantante, abbiamo cambiato batterista, chitarristi…gli unici due membri che hanno resistito siamo io e il bassista Matt Fletcher anche se in questo tour non è con noi perchè è tornato a scuola. E’ difficile trovare persone con cui andare davvero d’accordo in condizioni precarie come quelle a cui siamo sottoposti come band; locali fumosi e dove si muore di caldo, pochissimi soldi, show terribili (non è il caso di stasera dove per fortuna sia il posto che lo show sono stati magnifici-Freemosh Team). A queste condizioni è un attimo che gli screzi vengano a galla e che qualcuno se ne tiri fuori. Niente drammi, niente storie terribili, è soltanto che capita a volte. E’ frustrante perchè i fan che vengono ai concerti vorrebbero vedere gli stessi membri sempre, io per primo lo vorrei…ci abbiamo provato ma a volte per quanto ti sforzi non funziona e devi rendertene conto. Tutti abbiamo avuto delle fidanzate a cui tenevamo moltissimo ma con cui non si poteva andare avanti…in questi casi purtroppo non conta quanto tu ami una persona…bisogna arrendersi all’evidenza.

SD: Se potessi scegliere la perfetta line up per la band quale sarebbe?

MF: Nessuno me l’aveva chiesto…Ovviamente io perchè vorrei essere nella band…come altro chitarrista vorrei James Hetfield dei Metallica, alla batteria Bill Stevenson dei Descendents, come bassista (anche se sono molto contento di Matt Fletcher) se parliamo di superstar farei resuscitare Cliff Burton e alla voce…è molto difficile…beh,direi l’H.R. dei Bad Brains del 1981 che è il master, il migliore (sicuramente non ha visto la sua recente imbarazzante performance qui in Italia, ndr)

SD: Il vostro sound sta diventando sempre più simile a quello del tuo side project Zombie Apocalypse, come mai?

MF: Non è una decisione consapevole. Sono io che scrivo la maggior parte dei pezzi sia per gli Shai Hulud che per gli Zombie Apocalypse quindi non è difficile capire che non si discostino molto tra loro come impostazione…entrambi i gruppi sono influenzati dal mio cuore e dalla mia mente, ovvero dal mio stile. Alla fine non ci interessa molto avere due gruppi con due stili completamente diversi. Tutto quello che scriviamo per gli Shai Hulud che può suonare molto come gli Zombie Apocalypse la teniamo per gli Shai Hulud e viceversa.

SD: Parlando invece degli Zombie Apocalypse quali sono i vostri progetti?

MF: Ci sono un sacco di cose nella nostra testa che vorremmo fare ma non le abbiamo mai fatte e non abbiamo mai avuto l’occasione di farle. Avremmo anche un altro progetto di cui parliamo tra noi da tantissimo tempo, ma non lo abbiamo mai realizzato. Nonostante siano due anni che siamo praticamente fermi con gli Zombie Apocalypse abbiamo intenzione di registrare un album quest’anno…speriamo davvero tanto…

SD: Ora che avete questo deal con la Metal Blade, riuscite finalmente a vivere di musica?

MF: Decisamente no…anzi posso affermare di essere senza un soldo come mai nella vita…sono vecchio ormai, e non avere una stabilità economica è abbastanza spaventoso. Ho sempre voluto fare due cose nella mia vita, o musica o teatro…non mi son mai riuscito a vedere come un impiegato, con un lavoro di quelli in giacca e cravatta, quindi ho fatto tutto il possibile per fare si che la musica e gli Shai Hulud fossero la mia prima priorità e la seconda fosse avere dei rientri economici anche, ma devo dire che essere sotto Metal Blade Records non ci è stato d’aiuto come speravamo ahimè.

SD: Qual è la tua visione sulla misantropia come stato mentale?

MF: Bella domanda, e anche questa non me l’aveva mai fatta nessuno…Per quel che riguarda la misantropia come stato mentale la capisco…a volte vorrei non provarla e non sentirla, ma succede.
Non mi capita quando sono sul palco o quando mi sto relazionando con le persone, ma spesso capita che mi senta lontano dalla gente, mi sembra di non capirli e che loro non capiranno mai me. Non mi definirei un vero misantropo perchè nessuno vorrebbe esserlo fino in fondo. Le persone sono molto difficili, spesso hanno visioni distorte delle cose e non le capiscono e questo è frustrante e se continui a scontrarti con questo lato della gente volta per volta inizi a stancarti e ad isolarti e a non sopportare più nessuno. Ancora una volta ribadisco che capisco il concetto di misantropia ma è una cosa che cerco di combattere perchè non voglio odiare nessuno, ma a volte capita ed è inevitabile.

(Txt & Pics Martina Lavarda)

Shai Hulud I Myspace
www.hulud.com

Life Of Agony interview

Posted by Salad Days On August - 23 - 2010 ADD COMMENTS

LIFE OF AGONY INTERVIEW

An original way to celebrate the passed twenty years since the release of legendary first album ‘River Runs Red’. The Life Of Agony, originating in Brooklyn – New York back on the map with this new live recorded in Brussels during one of their two sold out live! We trade few words with Sal, drummer of the band, to tell us what’s new with Life Of Agony.

SD: How was born the idea to make a new live album around the leggendary ‘River Runs Red’, and why Brussel and not New York City or another city?

Sal: It just worked out that way with the timing and organization of the whole crew involved in the dvd making. Besides our shows in Belgium are always huge and it was an amazing show that night.

SD: Could you tell us more about your relationship with I Scream Records? How did you arrive at I Scream and what happened with Roadrunner Records?

Sal: So far it seems good with I Scream, they are really behind the band and still believe in LOA.

SD: In the beginning of your DVD the first things that Alan said is that in the beginning you were labelled as a New York Hardcore band, how’s your rapport and connection with the New York Hardcore scene? Did you have feel yourself part of any particular music scene?

Sal: We are not hardcore never was, although we are friends and respect the bands in the hardcore scene. I do believe we had a lot to do with the scene and influencing the bands that came out of NYC.

SD: Do you have another occupation besides the music? What’s a normal day for a LOA’s member?

Sal: I personally do everything I can to stay busy. I have a new album coming out by my new band A PALE HORSE NAMED DEATH, I work sometimes as a Rigger for the entertainment industry, Fix my house and do all the other things average people do.

SD: How much New York City influenced your sound and songwriting? You toured with artists like Ozzy Osbourne, Korn, Limp Bizkit, System Of A Down which are basically from the West Coast, have you ever thought to move there to improve your “music business”?

Sal: For me it was Carnivore that influenced my playing style and the result of me forming Type O Negative with Peter Steele and learning from him. I never cared for the west coast style.

SD: Did you follow personally the mix session of this album? What you can tell us about the experience with Joey Z?

Sal: We pretty much let Joey have at it and do his thing with it. He worked hard on it and it shows.

SD: What do you think of the political situation of the United States in 2010.

Sal: Hate it. Controlled by big corporations and its all a lie.

SD: What do you think about the music business nowadays. Lots of things changed from the 80’s and 90’s, the CDs seems already fucked up, what do you think will be the next step for the music industry? What do you think a music artists could do to live with his own music in 2010?

Sal; It’s an even tougher business, american fans are so jaded and have the attention span of a 2 year old to anything new. America thrives on farm fed music on tv and just follow the herd like sheep.

SD: What are the next steps for Life Of Agony?

Sal: Well we are gearing up to tour Europe in Aug 2010. As far as a new album I do not know. I know that we are running out of time if we choose to continue with out a new album down the road. But it’s complicated, and sensitive when we try to work on a song so it’s baby steps to arrange. Hopefully we can put something out eventually even if it’s a 2 song sampler just to tease the fans that there may be a future for a new Life Of Agony record.

(Txt Luca Burato/Countdown Records)

www.lifeofagony.com
www.myspace.com/lifeofagony

My confession: Eatcat Race III

Posted by Salad Days On August - 20 - 2010 2 COMMENTS

EATCAT RACE III

Sabato 31 luglio 2010, Vicenza…EATCAT RACE III…il terzo evento organizzato da Riding In Circle (associazione berica di appassionati di fixed bike), annullato più volte in fase organizzativa, ma alla fine reso possibile grazie al supporto di Calle Marconi, Lobster e Dodici…ma soprattutto grazie all’impegno e alla perseveranza di Gianluca (RC) e del suo appassionato entourage che in pochissimi giorni ha organizzato un evento di tale portata e spessore.

Per me è stata la prima gara di bici in assoluto…in un ambiente a me tutt’altro che noto…quello delle bici a scatto fisso…io ho gareggiato invece con una vecchia bici da corsa dei primi anni ’80 insieme alla mia amica Alexandra, svedese di nascita ma vicentina ormai d’adozione…anche per lei era la prima volta!

Mi piace andare in bici da sempre, per me è sinonimo di libertà e soprattutto l’andare in bici racchiude un po’ il senso, la metafora della vita…ossia che dopo una salita c’è sempre una discesa che ti aspetta, e che quando arrivi in cima, dopo tanto sangue e sudore versati, la brezzolina che si respira e la maestosità del panorama che ti si schiude davanti, vale tutte le sofferenze e le fatiche di quel viaggio…

Eravam in molti, una settantina circa, contro ogni pronostico…un po’ perché la gara continuava ad essere annullata, un po’ perché si credeva che molti fossero già in vacanza. Invece no: tutte queste persone eran lì riunite al meeting point del Deposito 95 in Viale Margherita a Vicenza alle ore 18 e non per vincere un telaio o chissà quale ricco premio, ma solo per il gusto di pedalare insieme, di sentirsi vivi in maniera sana e positiva in un clima di totale rilassatezza e di amicizia.

La gara è iniziata con la consegna della lista degli spokecard (uno diverso dall’altro) con il nome della via dove andare a prendere la lista dei vari check-point da raggiungere…tra questi il più duro per me è stato quello di Creazzo dove abbiam dovuto sostenere un giro completo in bmx nella famigerata e ormai nota pista mondiale di Olmo…

il più romantico invece quello in Strada Postumia, nella fattoria del nonno di Mattia, a cui siam arrivate dopo un breve tragitto fatto ormai all’imbrunire su stradine sterrate di campagna, accompagnate dall’insistente ma piacevole canto delle cicale e dove mi son potuta rinfrescare un pò con l’acqua gelida di una vecchia fontana…

Tra check-point saltati (Valmarana, ahimè, è stata croce e delizia di molti partecipanti) e distruttivi (quello di Abi e il suo famigerato FreemoshTeam), siamo giunti anche noi al traguardo, che era sito proprio davanti al venue che dal martedì precedente ospitava la seconda edizione dell’INTO THE PIT FEST.

La gara è stata vinta da un insospettabile, ma neanche più di tanto visto che il gossip locale ci informava dei suoi trascorsi sui pedali, tipo in camicia hawaiana blu…BOUNCIA (vicentino), che ha pure bucato…l’ho visto sfrecciarmi davanti una sola volta come una scheggia, poi non l’ho più visto dato che io son arrivata al traguardo almeno un’ora dopo di lui…Al secondo posto e il primo “out of town” è arrivato GIORGIO, mentre il vincitore delle prime edizioni, HEKTO, è arrivato al terzo posto, a causa di qualche problemino di orientamento (???!! a’Iron Man e non te poi perde a 300 metri dar traguardo, t’avevamo detto gira la prima a destra)…Prima donna (eravam una decina) invece è stata LAVINIA, che ha vinto un assegno di 100 euro convertito ben presto in consumazioni nell’afterparty conclusivo dell’INTO THE PIT FEST #2 alla corte di King Cannibal!

E’ stata un’esperienza importante per me, che mi piacerebbe ripetere in futuro (magari con una bicicletta a scatto fisso, perché no?) e che mi ha reso felice solo per il fatto di essere arrivata al traguardo…una competizione si, ma in pieno divertimento, avvolti in un clima di sano agonismo e di grande entusiasmo.

UOMINI:

1° Assoluto: Bouncia

1° OOT: Giorgio Pn

2° classificato: Hekto

3° classificato: Frank pipe gang

DONNE:

1° classificata: Lavigna

2° Classificata: Marti

3° Classificata: Dani

Best bmx performance: Dani

(Txt Silvia Rapisarda – Pics SaladDaysMag)

www.ridingincircle.it

Reeson Electric Festival 2010 – The report

Posted by Salad Days On August - 14 - 2010 ADD COMMENTS

REESON ELECTRIC FESTIVAL 2010

Da sempre REESON è stata coinvolta e organizzatrice di eventi musicali indipendenti e con sonorità Rock, ora il progetto REESON ELECTRIC DIVISION fa sul serio! Giovedì 24 GIUGNO si è concluso con enorme successo il REESON ELECTRIC FESTIVAL 2010 8 bands a calcare il palco dell’Aggabachela di Sassari, quattro giorni di musica diversa e tutta da ascoltare, otto bands internazionali da: Stati Uniti, Svezia, Danimarca, Croazia, Austria, Italia!

REESON ELECTRIC FESTIVAL è un Festival Internazionale con sonorità esplicitamente e volutamente Rock che nasce con l’intento d i presentare a d un pubblico più vasto un sound molto ricercato, diverso dalle Hit del momento e molto divertente. L’ultima serata conclusiva ha visto salire sul palco dell’ Aggabachela gli ZU da Roma , band di fama internazionale e autori di un jazzcore fulmineo ed adrenalinico.

Numerosi i presenti alla serata conclusiva del festival, introdotta alle sonorità sperimentali dagli ISKEED, band che mischia rock, sperimentazione ed elettronica, che ha fatto un live veramente interessante e alla quale urliamo un grosso in bocca al lupo. E’ l’ora degli ZU il pubblico è ben caldo l’Aggabachela di Sassari si affolla ancora di più, il pubblico si posiziona ad 1 metro dai musicisti…a noi così piace molto e così anche che gli ZU si sentono a casa loro sfoderando un live al massimo della potenza con tutti i watt sprigionati dai brani tratti dall’ultimo album ‘Carboniferous’ uscito per Ipecac Recordings, etichetta di Mike Patton.

Volumi altissimi per ‘Carbon’ introdotto dal sax potentissimo ed effettato di Luca Mai, il pubblico apprezza e si stupisce con ‘Ostia’ e le sue sonorità sperimentali ed un intro quasi tecno, Massimo Pupillo che non si ferma un attimo e con il suo basso super effettato suona alcuni pezzi con armonici distorti. Jacopo Battaglia, batterista della band è un piacere da vedere suonare, un’ “impostazione rock che si crede quasi jazz” un batterista adrenalinico che condisce tutti i pezzi passando per i muti e il secondo rullante posizionate accanto al principale, un suono personale che lascia tutti a bocca aperta!

Live di un’ora che lascia molto entusiasti gli attenti accorsi al concerto. Il REESON ELECTRIC FESTIVAL 2010 ringrazia tutti i presenti per la partecipazione ad un festival del tutto singolare che sta facendo parlare molto di se e che ancora lo farà. L’edizione 2010 è stata possibile grazie alla volontà del Circolo Culturale Aggabachela di Sassari che ha voluto, tirato su assieme a REESON, ospitato anche con la collaborazione di Dunajam questo evento del tutto unico nel suo genere, un sincero ringraziamento va anche a tutto lo Staff dell’Aggabachela. REESON ELECTRIC FESTIVAL 2010 e REESON ELECTRIC DIVISION vi danno appuntamento al prossimo evento.

(Txt Luca Rizzotto, pics Fabio Piccioni)

WWW.REESONPROJECT.COM
www.myspace.com/reesonskateboards
www.myspace.com/reesonelectricdivision

GIOVEDI 10 GIUGNO

ROSE KEMP (Great Britain)
Rock/Downtempo/Doom
Influenze : Melvins, King Crimson, Elbow, Isis, Devo, 90 day men
www.myspace.com/rosekemp

SEVEN THAT SPELLS (Croatia)
Math Rock/experimental/jazz
Influenze : Naked City, Zu, Melvins, The ex
www.myspace.com/seventhatspells

VENERDI 11 GIUGNO

DEAN ALLEN FOYD (Sveden)
Psychedelic/Garage/Blues
Influenze : The Soft Machine, Hansson Och Karlsson, Jimi hendrix, Juan de la Cruz
www.myspace.com/deanallenfoyd

THE DEVIL’S HORNS KILL THE MATADOR (USA)
Experimental/Theatrale/Rumorista
www.myspace.com/thedevilshornskillthematador

BEEN OBSCENE (Austria)
Rock/Stoner/Alternativo
Influenze : Colour Haze, Brant Bjork, Los Natas, My Sleeping Karma
www.myspace.com/beenobscene

SABATO 12 GIUGNO

ON TRIAL (Denmark)
Rock/Psichedelica/Stoner
Influenze : Colour Haze, Brant Bjork, Los Natas, My Sleeping Karma
www.myspace.com/ontrial

HILLS (Sweden)
Rock/Psichedelica/Sperimentale
www.myspace.com/hhillss

GIOVEDI 24 GIUGNO

ZU (ROMA)
www.myspace.com/zuband

ISKEED (SASSARI)
www.myspace.com/iskeedsound

Deftones retrospective (1995-2010)

Posted by Salad Days On August - 11 - 2010 1 COMMENT

DEFTONES RETROSPECTIVE (1995-2010)

Quando musicisti con gusti musicali alquanto eterogenei decidono di intraprendere un percorso musicale comune, quasi sempre ne viene fuori qualcosa di buono. È il caso dei Deftones, nati dalla mente di Camillo Wong Moreno (detto Chino), fan di Duran Duran, Smiths, Cure e Depeche Mode, Chi Cheng, appassionato di musiche un po’ più dotte come il jazz o il blues, e Stephen Carpenter, metallaro senza possibilità di redenzione. Proviamo a tracciare un veloce excursus discografico della band di Sacramento, sul filo dei ricordi e dei dischi.

Adrenaline (1995)
Difficile dire ciò che questo debutto significò per chi ebbe modo di ascoltarlo all’epoca (non nascondiamo di essere arrivati in seguito, per carità), ma in prospettiva stupisce l’avere a che fare, fin dai primi passi, con un suono-Deftones già totalmente articolato e scevro da ogni influenza capitale. Il meglio deve ancora arrivare, certo, ma le influenze di american post-punk ed emocore primigenio sono già piuttosto evidenti, sebbene la maggior parte della critica sottolineerà i legami con l’allora morente movimento grunge e l’allora nascente scena nu-metal.

Around The Fur (1997)
Secondo colpo è già siamo in cima. Delineando con maggior precisione quelle che sono le direttive
intraprese col primo disco, e cioè il mix sostanzialmente inedito di dark-pop e musica dura
(facilmente definibile come post-nirvaniana e sempre tenacemente ‘core’), i Deftones pervengono
a quella che sarà la formula perfetta che tanti proseliti farà in seguito. Un crossover fortemente
emotivo, con la soglia della rabbia e del dolore costantemente oltrepassate, per arrivare dritti al
cuore e allo stomaco. Qualsiasi definizione di capolavoro possiate trovare sui dizionari del rock si
adatta perfettamente ad ‘Around The Fur’.

White Pony (2000)
Non vogliono certo rimanere uguali a sé stessi, i Deftones, nonostante i riscontri raccolti con
l’album precedente, e la loro ispirazione questa volta prende le mosse da quelle che sono le
influenze portate in dote da Chino Moreno, e cioè la wave ottantiana. Non è un caso, quindi, che il
disco ponga l’accento sulle capacità funamboliche del cantante, sebbene i sentori di Cure, Smiths
e Depenche Mode dominino all’interno dell’album. Il risultato possiede un’intensità e un trasporto
senza precedenti, segnandoli definitivamente come campioni assoluti dell’emozione in musica.

Deftones (2003)
L’album eponimo è datato 2003 e le cose non cambiano granché se non in virtù di una maggior
cognizione di causa del gruppo. È questo il momento in cui la band inizia a tener conto della
propria posizione, alimentata da un successo critico unanime e da una progressiva estensione del
bacino “emo”. Le linee guida di ‘White Pony’ vengono riprese quasi pedissequamente ma inserite
in un mood generale più essenziale e intimo (l’album avrebbe dovuto intitolarsi ‘Lovers’) ma non
privo delle sferraglianti crudità ad un passo dal post-core. Comunque un grande disco, che vale
soprattutto per il suo ruolo transitorio verso la “seconda fase” di carriera.

Saturday Night Wrist (2006)
È giustamente questo il punto di rottura: Moreno perso nel suo progetto parallelo Team Sleep,
problemi familiari diffusi, attriti con la casa discografica non faranno altro che generare quello che
è considerato il disco meno riuscito nella discografia della band californiana. Nonostante il solido
manipolo di adepti continui ad attribuire i giusti onori alla band, l’album soffre di staticità, di una
stagnazione della forma stilistica che ne decreterà un minor successo di critica.

Eros (2009)
Il disco mai uscito a causa dell’incidente occorso a Chi Cheng, investito da un ubriaco il 4
novembre 2008 e da quel momento in coma. Un disco completato da Sergio Vega (ex Quicksand) e
pronto per essere pubblicato appena Cheng uscirà dal coma.

Diamond Eyes (2010)
Il disco del riscatto, caratterizzato da una carica positiva ed ottimista, in cui si percepisce la molla
drammatica degli eventi a fare da spinta. Orientato piuttosto verso uno scenario “emo” in cui
la scrittura la fa di gran lunga da padrona, probabilmente è il disco ideologicamente più simile
a ‘Around The Fur’ e ‘White Pony’, ma d’altro canto molto più duro rispetto ai lavori passati e
contenente alcune delle gemme più sfavillanti della già eccelsa produzione della band.

(Txt Flavio Ignelzi / Pics Luca Benedet)

Deftones I Myspace
www.deftones.com
www.myspace.com/deftones

Maba Degli Alberi/Len interview

Posted by Salad Days On August - 3 - 2010 ADD COMMENTS

MABA DEGLI ALBERI/LEN INTERVIEW

La canicola estiva sta salendo verso gli apici che ricorderemo come “l’infuocato luglio del 2010” e in una caldissima domenica di fine giugno, il chiosco di Lignano Pineta è il posto migliore per fare due chiacchere con Maba davanti a una (si fa per dire) birra. Artista “primitivista” (a.k.a. MDA) e musicista minimale (a.k.a. Len), Maba sta sviluppando su binari paralleli un progetto artistico di grande impatto. Pitture e sculture che sembrano, quando non sono, dei rituali. Spesso in luoghi abbandonati dall’uomo di cui la natura si sta di nuovo impossessando, anche se non manca di farsi notare nell’ambiente dell’arte contemporanea (Illegal Word Art Genova 2007; Junkbuilding Triennale Bovisa, Milano 2008; Sopra il Sotto, Manhole Art Milano 2009; hEART(H) Palazzolo dello Stella 2009; Sweet Sheets III Palermo 2010).

SD: Maba degli alberi e Len. Stai sviluppando due identità parallele in cui musica e arte concettuale sembrano avere ruoli complementari. È davvero così?

M: Da sempre nei miei rituali o nelle mie istallazioni i suoni hanno una parte fondamentale, importantissima, la musica è parte integrante nella mia esistenza, fin dai primi anni 90 quando registravo in cassette i più disparati suoni, che poi amalgamavo creando pseudo suite ambientali. Era quindi inevitabile renderla complementare alla pittura o alla scultura, essendo tutte cose che mi appassionano molto.

SD: La tua arte ruota attorno a solo quattro materiali: legno, corda, pietra, ferro. Non è una scelta casuale.

M: Diciamo che per quanto riguarda le prime tre la scelta era inevitabile, portando avanti un discorso di primitivismo, era fondamentale usare materiali facilmente recuperabili nei boschi, nella natura, usati fin dai tempi ancestrali, materiali che sono completamente ecocompatibili. Il ferro invece ha un ruolo di rottura, quasi sempre rappresenta, esprime, la negatività, simboleggia il cambiamento, l’evoluzione verso la modernità.

SD: Gli alberi, la vegetazione e la natura in generale sono il leit motiv di un opera dalla forte carica simbolica. Perché hai scelto questo soggetto come veicolo del tuo messaggio? Sei un ecologista?

M: Tutto ha avuto inizio tra gli alberi, nella natura, la vegetazione ci ha nutriti, protetti, fin dalla nostra comparsa sulla terra. Da li è iniziato tutto e credo che li un giorno torneremo, l’uomo ha perso coscienza di questo. Sembrerebbe ovvio dire che tutti noi dobbiamo essere ecologisti, dato che si tratta di salvaguardare lo spazio in cui viviamo, ma purtroppo non è così, c’è poca consapevolezza di questo, la gente non si rende profondamente conto di quanto le cose stiano peggiorando.

SD: Nelle tue installazioni utilizzi molti simboli antichi, dalle rune alla svastica, oltre ad ispirarti a rituali e miti nordici preistorici. Che ruolo hanno queste simbologie nelle tue creazioni e cosa rappresentano per l’uomo contemporaneo?

M: Sono molto attratto da questi antichi culti, dai loro simbolismi, i primi rituali, una lontana età che esprimeva uno stretto legame con la Madre Terra. Le antiche tradizioni pagane come il druidismo, hanno sempre esercitano un forte interesse e ispirazione per me, inevitabile quindi ritrovarne forti tracce nelle mie creazioni. Si tratta di cose semplici ma allo stesso tempo intrise di significati, facilmente identificabili. Tutto ciò ci riporta indietro nei tempi a ricordare la nostra primordiale esistenza. L’uomo contemporaneo ha voluto dimenticarsi tutto questo, si è distaccato dagli altri animali, ha voluto reprimere il suo istinto, si è allontanato dal suo essere selvaggio, ha ripudiato le sue origini, ha cercato di distruggerne tutte le tracce, convinto di essersi evoluto in qualcosa di superiore da non aver più bisogno che di se stesso.

SD: Da sempre sei un appassionato di hard-core, skateboarding e per diversi anni sei stato un writer. Che rapporto vedi tra queste culture e la tua arte e perché hai deciso di mollare le bombolette?

M: Inizialmente mi piaceva l’idea ingenua che queste culture potessero dare una spinta libera, sincera, ad un modo di pensare, agire, che non avesse alcun controllo, imposizione, regola, a come individualmente uno volesse viverla. Purtroppo invece c’è sempre la tendenza a mettere dei paletti alla libertà individuale”su cosa dover fare o non poter fare per “farne parte”. È per questo che tengo a starmene sempre fuori da qualsiasi cultura-movimento-scena che sia fatta da tre persone oppure da un milione. Credo che ora quello che faccio sia volutamente molto distante da queste culture, specialmente da quella del writing, a mio parere ridotta a pura esibizione estetica, poi sinceramente non sono mai stato un gran che bravo con la bomboletta (ride n.d.r.), senza parlare del costo assurdo che hanno raggiunto, del fatto che ti impastano i polmoni e che inquinano tantissimo.

(Txt Alberto Zannier, Pics Maba)

Links:
www.flickr.com/la.battaglia.degli.alberi
www.fotolog.com/maba666
www.myspace.com/treestezza

Frida Kahlo in Berlin

Posted by Salad Days On July - 26 - 2010 ADD COMMENTS

FRIDA KAHLO BERLIN EXHIBITION

Colpita nel fisico, ma non nello spirito sempre rimasto indomito, Frida Kahlo in un suo celebre dipinto intitolato ‘Columna Rota’ (colonna rotta), si rappresenta sorretta al suo interno da una colonna dorica spezzata. Chiaro accenno alla sua malattia invalidante, la spina bifida (e non la poliomelite), come si è potuto accertare di recente, grazie all’apertura del suo archivio e alla lettura attenta dei suoi documenti.

I cento anni della sua nascita vengono festeggiati con una grande retrospettiva (150 opere) ora al Gropius Bau di Berlino (dal 30 aprile al 6 agosto), in cui compaiono le sue opere più significative (oltre ai suoi più famosi ritratti fotografici), in cui veste i panni della dea Kali o si rappresenta nei costumi tradizionali messicani.

Spesso i suoi dipinti nascondono indovinelli mistico-esoterici, di non facile lettura simbolica, altri hanno invece un risvolto ironico o irriverente.

Celebre la simbologia da lei adottata per rappresentare segretamente il suo amore per Diego Rivera, ossia quelle del Sole e della Luna (celebrati dalle divinità azteche): un’unione impossibile che rispecchia anche quella turbolenta che lei visse, dividendosi sempre fra più uomini nell’arco della sua intensa vita.

Frida: 5 ore di coda estenuante ed infinita per ammirarti…Frida Kahlo ovvero “the Power and the Passion of Surrealism”.

(Txt Silvia Rapisarda)

www.gropiusbau.de

THE LAST CALL – chronicle of a trading skateboarding day -

‘E’ un lavoro sporco lo so, ma ci deve essere pur qualcuno che lo faccia’…non ricordo chi l’aveva sparata, ma dello stesso avviso devono essere stati gli organizzatori della prima fiera dello skateboarding italiano: The Last Call.

Parco Polaresco a Bergamo, una domenica di luglio qualsiasi…”i duri e puri” della scena skate nostrana si sono riuniti, incuranti della concomitanza con l’unica gara di World Cup italiana a The Spot Inferno (Roma), per dimostrare che volendo ci si può inventare un metodo alternativo per scambiarsi liberi pensieri sull’andamento del borsino della tavola a rotelle.

Forse l’han imparato dall’etica Do It Yourself della Dischord, o forse han deciso di provare a proporre un originale modo di fare business, quello che conta è che l’atmosfera venutasi a creare negli spazi adiacenti la bowl ci ha ricordato molto il Glisse Expo che si teneva a Biarritz qualche anno fa: la spiaggia per i surfisti, il concrete per gli skaters…smetterla una volta per tutte con le fiere nei palazzetti per riportare ad ognuno il proprio ambiente naturale.

Gli stand sono diventati degli originali gazebo con aria condizionata naturale e il clima di interscambio culturale su materiali e futuro di questo sport, il resto l’han fatto 2 contest dimostrativi e un concerto di puro rock’n’roll (Los Fuocos).

Assenti a questo primo appuntamento i grossi marchi, si sono divisi equamente la piazza Bastard, Warriors, Dumb, Milano Centrale, Murder, Reeson, Yeah, le distribuzioni Fresco (Dvs, Lakai, Matix), Playwood (Innes, 5Boro, Enimol), PNP (Action Style, Broke, Moska, Woodù) e Blast (Blind, Dwindle, Thrasher, Clichè, Darkstar e un totale di altri marchi), la stampa con 6AM, Salad Days Mag, Pure, PointBreak;

Monster infine ha aggiunto bevande e montepremi ad una giornata che ha visto i sedicenti Martino Cattaneo e Daniele Galli intascarsi il gruzzolo del “bowl riding” e Mattia Turco sbaragliare la concorrenza nell’area street messa a disposizione da Moove Ramps.

Riflettendoci sopra non possiamo non convenire sul fatto che come primo esperimento del genere nel nostro paese la giornata è tuttosommato riuscita anche se rimane però quel retrogusto amarognolo in bocca nel vedere che ancora una volta la passione non fa rima con mercato; ma d’altronde gli stessi da cui abbiam sentito dire frasi come ‘che zingarata è?’, ‘solo i freakkettoni si riuniscono nei parchi’, sono gli stessi che ci vogliono la giacca cravatta per lavorare bene (spiegatelo anche a chi lavora nel distretto action sports di Seignosse/Hossegor/Anglet dove la pausa pranzo è stata allungata di un’ora per permettere ai dipendenti la surfata quotidiana, come pure adottano l’infradito come calzatura ufficiale estiva)…quelli che abbiamo visto domenica scorsa al Polaresco, non han certo bisogno di presentazioni, come non han bisogno di dimostrare a nessuno il loro credo politico:…c’erano ieri, ci sono oggi, e ci saranno domani…succeda quel che succeda!

www.thelastcall.it

Sonar 2010 – The report

Posted by Salad Days On July - 19 - 2010 ADD COMMENTS

SONAR, Barcellona 2010 – The Report –

DIA 1
E’ la terza volta che vengo al Sonar, ma il pensiero che uno dei più grandi festival di musica elettronica venga ospitato all’interno di un museo mi affascina sempre molto. Il Sonar “de dia” si svolge al Macba (museo d’arte contemporanea di Barcellona) situato nel centro pulsante della città. Il Macba è grande ed articolato ed i palchi principali sono tre: due esterni (Sonar Village e Sonar Dome) ed uno sotterraneo (Sonar Hall). All’entrata, siamo sottoposti al solito rituale: controllo borse, controllo del biglietto e primo braccialettino identificativo (azzurro!).

Cominciamo a muoverci per cercare di ambientarci, ma ad ogni passo c’è qualcosa che attira la nostra attenzione. Stand dove puoi entrare indossando delle cuffie e ballare ottima musica elettronica senza che nessuno all’esterno senta il minimo rumore, zone relax dove ti puoi concedere un massaggio rigenerante, workshop tenuti da dj ed esperti dei software musicali più evoluti. Il primo artista che ci interessa è Caribou e suona alle 19 al Sonar Dome. A questo punto ci dividiamo: alcuni partono alla volta del Teatre Grec dove il talentuoso giapponese Riojki Ikeda farà uno show intitolato ‘Spectra’, che risulterà memorabile: un’enorme installazione luminosa visibile da tutta la città, accompagnata da un live set audio-video.

Estremamente soddisfatti di Caribou, capace di coinvolgere il pubblico sempre vario del Sonar come pochi artisti prima, siamo passati nel bunker del Sonar, la caldissima e fumosissima Sonar Hall. Ero molto impaziente di assistere alla performance dei Broadcast che avevo visto solo una volta, molti anni prima. Lo spettacolo è ipnotico e molto lunare, musica, luci e visual dai toni cupi ed eterei riescono a rapirci per quasi metà concerto. Alla fine però, forse complice un po’ di stanchezza, la noia prende il sopravvento e prima della fine abbandoniamo il primo “de dia” per raggiungere il resto del gruppo in appartamento e prepararci alla serata danzante al Razzmatazz.

DIA 2
Comincia il secondo giorno al Sonar e l’organizzazione è fondamentale. Memori degli anni precedenti abbiamo deciso di dosare le energie per evitare di arrivare alla “noche” troppo stanchi per avere la forza di ballare fino all’alba. Così, dopo una sveglia tardiva, entriamo al Macba pronti per affrontare la giornata. Con il nostro nuovo braccialetto (rosa!) passiamo da un palco all’altro, assaggiando ogni genere di suono: dal pop elettronico dei New Young Pony Club al dubstep di King Midas. Tra un concerto e l’altro è divertente fermarsi nel prato del Sonar Village ed osservare il popolo del Sonar, il più variegato ed eclettico che si possa immaginare: dai giovanissimi electro addicted a coppie non proprio di primo pelo che ci insegnano come la passione per la musica non abbia età, da personaggi esageratamente alternativi a famigliole che proteggono i loro bimbi con le cuffione giganti e coloratissime a prova di bassi! Un festival che nella sua sessione diurna è veramente per tutti i palati!

Il passaggio a casa è molto veloce e poco rigenerante, ma dobbiamo correre in Plaza de Espana alla ricerca di un paio di taxi. Il servizio taxi a Barcellona è encomiabile per frequenza e costi, a volte è più conveniente della metro!
Siamo in 8 perciò abbiamo bisogno di due taxi che fortunatamente si fermano quasi contemporaneamente; arriviamo davanti all’entrata della Fiera prima delle 23. Gli Air suonano alle 23.30 e non abbiamo nessuna intenzione di perderceli. Una volta entrati veniamo subito fermati da alcune bellissime ragazze vestite di luce (abiti luminosi come gioielli) che ci regalano manciate di braccialettini fluo che illuminano molti concerti. Nemmeno il tempo di una birra e gli Air fanno il loro ingresso trionfale nel Sonar Club, la sala principale del “de noche” e ci regalano uno spettacolo elegante e raffinato, senza sorprese né improvvisazioni, ma certamente meritevole di tutta la nostra attenzione. Dopo le atmosfere rarefatte del duo francese, comincia la corsa da una sala all’altra nel tentativo di incrociare le varie performance che, sfortunatamente, sono spesso sovrapposte. Alcuni di noi tentano di vedere la parte finale del concerto degli Hot Chip, ma raggiungere il Sonar Pub (un’enorme sala all’aperto) sembra un’impresa impossibile. Chi invece ha deciso di fermarsi nel Sonar Lab a sentire l’inglese Joy Orbison è più fortunato e si gode il concerto senza troppe difficoltà logistiche.

Il gruppo si divide ancora tra LCD Soundsystem e Flying Lotus (la vera rivelazione del Sonar 2010 per chi scrive) per riunirsi finalmente nel ventilato Sonar Pub trascinato dal sound ipnotico di Plastikman. Dopo più di un’ora di concerto siamo veramente stremati e la tentazione di mollare il colpo sfiora tutti quanti: la schiena, i piedi, le ore di Sonar sulle spalle cominciano a pesare. Rimaniamo in quattro, non possiamo perdere il dj set dei 2MANYDJ , una delle maggiori attrazioni della serata, perciò dopo un quarto d’ora di pausa e di riposo alle 4 del mattino siamo di nuovo in pista. Ed il duo belga ci regala un djset indimenticabile, tutto da ballare, fino allo sfinimento: resistere è stata la scelta giusta!

DIA 3
L’ultimo giorno di Sonar comincia con una sveglia volutamente tardiva con lo scopo di ricaricare le batterie dopo una nottata splendida ma estenuante. Indossato l’ultimo bracciale (giallo!) rigorosamente allacciato dalla security seguendo regole a noi sconosciute (due bracciali a destra ed uno a sinistra senza possibilità di scelta…), ci siamo pigramente dedicati ad un giro al museo (ne vale veramente la pena) dopo aver ammirato la performance creativa dell’artista Canedicoda x Replay che ci ha fatto guadagnare una graziosa shopping bag personalizzata. Il bar sul terrazzo del Macba è bellissimo, ideale per una visione dall’alto del festival; da qui possiamo tenere d’occhio il Sonar Dome. Il primo artista che vogliamo vedere è Jonsi, leader dei blasonati Sigur Ros, qui con il suo progetto solista. Purtroppo il suo live si sovrappone per orario a quello dei Roxy Music perciò dobbiamo rinunciare a vedere quel vecchio leone glam di Brian Ferry nello splendore dei suoi oltre 60 anni! Jonsi suona al Sonar Pub, riusciamo subito a guadagnare le prime file e dopo pochi minuti dietro di noi la folla è impressionante. Il concerto inizia e l’emozione è immediata. Siamo tutti rapiti da questo folletto nordico capace di creare atmosfere magiche e di ipnotizzare la folla con l’intensità della sua musica. Un live indimenticabile, bellissimo in tutte le sue parti, un mondo a parte rispetto al mood dominante del Sonar, una piccola magia di cui abbiamo avuto la fortuna di essere spettatori.

Torniamo al Sonar Pub per vedere Matthew Herbert, artista difficilmente classificabile, ma molto curioso ed interessante. Nonostante i problemi tecnici che hanno mortificato la sua performance, Herbert riesce a convincerci ed a soddisfare le nostre aspettative. Promosso! Abbandoniamo definitivamente il Sonar Pub perché ci aspetta lo show più importante della serata: i Chemical Brothers al Sonar Club. Alle 3 i fratelli chimici cominciano un live che purtroppo ci delude dall’inizio alla fine, tanto che decidiamo di abbandonare la sala prima della conclusione. Un vero peccato, ma del resto una delusione in mezzo a tanta soddisfazione non pesa poi così tanto. L’indomani a bordo dell’aereo che ci riporterà a casa non riusciamo a smettere di pensare che il Sonar è veramente un’esperienza da non perdere. Adios!

(Txt & Pics Simona Patat)

Thee STP interview

Posted by Salad Days On July - 13 - 2010 ADD COMMENTS

THEE STP interview

L’occasione è ghiotta Thee STP e Small Jackets suonano insieme e uno dei motivi che mi porteranno al loro concerto è il fatto che dopo un silenzio lungo cinque anni uno dei gruppi storici italiani torna a esibirsi, ad “ALZARE LA VOCE”. Questa band è stata e sarà un punto di riferimento per una nuova generazione di rockers incalliti, per tutti quelli che hanno ancora voglia di confrontarsi con il punk rock ruvido e stradaiolo. Incontro il Metius, ugola e leader incontrastato del combo, prima del concerto, intento a fare il soundcheck, tranquillo, rilassato e contento perché sta per fare una delle cose che gli piacciono di più: S.U.O.N.A.R.E…bene, iniziamo pure a discuterne con il diretto interessato.

SD: Cinque anni fa usciva ‘Paradise And Saints’, come mai tutto questo tempo di silenzio?

STP: Da ‘Paradise And Saints’ sono trascorsi cinque anni perché per prima ragione gli STP non sono una band che decide di fare un disco all’anno, noi incidiamo un disco quando sentiamo che le canzoni ci sono, quando sentiamo che le canzoni che stiamo scrivendo sono fighe, quando c’è buon feeling nell’aria; la seconda ragione per cui abbiamo aspettato cosi tanto tempo è che dopo un paio di anni da quel disco, Steve America membro fondatore degli STP ha deciso di andare avanti facendo un’altra carriera, quindi lasciando la band…dal quel momento li abbiamo speso moltissime energie per scrivere le canzoni e per trovare un altro chitarrista. Oggi finalmente abbiamo trovato la persona giusta si chiama Bylli e stasera suonerà con noi, con lui abbiamo fatto le parti di chitarra del nuovo disco che uscirà in autunno per la Go Down Records.

SD: Quando è uscito ‘Paradise And Saints’ vedendovi dal vivo si notava che eravate molto carichi e convinti del release, siete rimasti poi soddisfatti da quello che poi è stato il responso del pubblico?

STP: In effetti ci è piaciuto molto, ci ha impegnato tantissimo tempo, abbiamo fatto una grandissima preproduzione, facendo uno sforzo notevole per registrarlo e siamo molto contenti di quello che poi è stato il risultato finale, abbiamo avuto un’ottima risposta da parte del pubblico, ma è anche inutile nasconderci dietro ad un dito ci sarebbe piaciuto diventare un pochino un po’ più “pesanti” a livello nazionale…ma però in tutta onestà ‘Paradise And Saints’ ci è servito tantissimo per far uscire fuori la sostanza dei STP. Noi dopo quel full lenght abbiamo guadagnato tantissimo rispetto da parte degli altri musicisti, da parte dei promoter e soprattutto da parte del pubblico che lo ha accolto con entusiasmo, nonostante il nostro primo disco si uscito nel ’97 pensa che le canzoni più cantate sono proprio queste ultime.

SD: In effetti riascoltandolo in questi giorni l’ho trovato ancora meglio rispetto a quando era uscito.

STP: Per il nuovo lp abbiamo deciso di non confrontarci con questo però, quel disco a livello compositivo ha richiesto un impegno che non potevamo più ripetere: avevamo affittato la sala prove per una settimana preproduzione di un mese, per il nuovo disco ci siamo messi al lavoro cancellando tutto e decidendo di partire da zero, anche perché abbiamo un nuovo chitarrista e quindi abbiamo fatto un disco con modalità più punk rock, più immediato, i refrain sono più immediati, più naturali meno elaborati e questo ha sia i lati positivi che quelli negativi nei confronti di ‘Paradise And Saints’ dove ogni canzone è stata rivoltata più volte. Siamo un po’ ritornati all’idea degli STP più gruppo punk rock inteso nel senso ampio del termine, vedremo se tu tutto questo piacerà ai nostri fans.

SD: In questi ultimi cinque anni avete continuato ad esibirvi dal vivo?

STP: Abbiamo suonato tantissimo, abbiamo suonato diversi tour europei.

SD: Voi siete un gruppo che ha più di dieci anni di storia e che ha sempre cercato di portare avanti un certo tipo di discorso musicale, come vedete la scena italiana cambiata in meglio o in peggio in questo periodo, perché a me sembra che non si evolva mai, soprattutto a livello di pubblico, continua ad essere sempre e solo una nicchia per pochi appassionati.

STP: Io la vedo migliorata, sono cambiate tante cose dai tempi che abbiamo iniziato a suonare, sono totalmente oneste nel dirti che le cose potrebbero prendere una piega migliore ma sono già migliorate tantissimo dall’inizio.

SD: A livello di venues?

STP: A livello di locali, c’è più organizzazione, più impegno da parte dei promoter e anche per quanto riguarda il pubblico io la vedo in positivo.

SD: Mi stai dicendo che c’è una maggiora affluenza di pubblico?

STP: Maggiore affluenza ma anche pubblico più interessato e anche gli organizzatori più competenti, noi quando abbiamo iniziato suonavamo solo nei centri sociali non c’era la possibilità per una punk rock band di uscire a suonare fuori dai centri sociali, oggi vediamo punk rock band italiane aprire per i Bad Religion, suonare davanti a tanta gente, noi stessi vediamo tanta gente ai nostri show, io la vedo in positivo, certo bisogna avere la volontà di non mollare.

SD: Ho l’impressione che di fronte all’impegno profuso da parte dei gruppi e dei gestori di locali non sempre la risposta del pubblico sia buona?

STP: Bisogna guadagnarselo, noi STP quando vediamo che tutto è organizzato bene e il pubblico si diverte e che non vengono chiesti esborsi enormi per entrare e la birra costa il giusto, siamo contenti.

SD: Prima mi hai detto che avete suonato all’estero e come è stata la risposta al vostro sound?

STP: Ottima,devo dire che siamo stati privilegiati perché abbiamo sempre fatto tour con nomi grossi.

SD: Dicevi che l’album che verrà sarà più punk rock rispetto al precedente vi è venuto spontaneo con l’innesto del nuovo chitarrista?

STP: E’ più in discorso di attitudine che in senso strettamente musicale, ci sono pezzi più punk, altri più pop alla nostra maniera, pezzi lenti, sarà un disco molto in “your face”.

SD: E’ stato prodotto in Italia?

STP: Certo, lo abbiamo registrato vicino a Novara ed è stato prodotto da Olly (Shandon, The Fire), lo stiamo ultimando…ma è un grande disco rock.

SD: Milano era considerata il riferimento del rock in Italia è ancora cosi?

STP: Milano è una città morta, adesso le cose fighe succedono in provincia, Milano non è più il punto di riferimento per niente…

SD: Ricordo che avete fatto una tournee insieme ai Nashville Pussy, loro come sono?

STP: Degli ”esagerati”.

SD: Avete già organizzato delle date per l’uscita del nuovo album?

STP: In autunno e inverno faremmo un tour promozionale a supporto…

SD: Uscirà anche in vinile vero?

STP: Speriamo proprio di si, siamo in contatto con l’etichetta. Amiamo questo di tipo di formato…che tra l’altro sta ritornando molto in voga in USA.

SD: Tu cosa ne pensi del ritorno d’interesse che c’è verso il vinile?

STP: Positivo, io ascolto solo vinile, ho il massimo rispetto per la musica, ti deve prendere attenzione, non come il cd che lo metti e poi fai quello che vuoi, con il vinile ti devi alzare, cambiare lato, io sono al 100% vinile compresi i 7”.

SD: Siete belli pronti, motivati e convinti di andare ancora avanti?

STP: NON ABBIAMO NIENTE DA FARE DI MEGLIO, facciamo tutti lavori che ci permettono di conciliare il fatto di suonare e andare in tour quando vogliamo, e se non è un vantaggio da sfruttare questo…dimmelo tu…

SD: Ultima domanda perché avete intitolato il disco che verrà ‘Success Through Propaganda’?

STP: Il titolo gioca, come già successe con ‘Sin Temptation & Pain’, sull’acronimo STP: ‘Success Through Propaganda’… ironia pura: quinto album, 16 anni di vita, 2.000 concerti, mai nessun segno di successo. In questo mondo vince veramente solo chi si può permettere di investire in propaganda. La faccio più seria di quello che è, in verità… Più che altro, questo titolo ci suonava bene eheehe.

(Txt X-Man; Pics Rigablood)

Thee STP I Myspace
www.theestp.net

BLACK N BLUE BOWL MAY 15, 2010 – WEBSTER HALL NYC

Posted by Salad Days On July - 7 - 2010 ADD COMMENTS

BLACK N BLUE BOWL MAY 15, 2010 – WEBSTER HALL NYC

Cro-Mags, Madball, Yuppicide, H2O, Skarhead, Supertouch, Trapped Under Ice, Wisdom In Chains, Cruel Hand, Sand, H8 Inc., Incendiary

Dopo le ultime edizioni tenutesi a Brooklyn (New York), finalmente, dopo molti anni, l’evento hardcore per eccellenza torna nel cuore della sua città natale: a Manhattan, più precisamente al Webster Hall nell’East Village. Luogo ribattezzato così nel 1992 ma che per i molti che hanno avuto l’onore di vedere in prima persona i tempi d’oro della scena New York Hardcore, rimane ancora il Ritz! Proprio così, il famoso Ritz dove tutte le vostre band preferite sono passate almeno una volta: Bad Brains, Ramones, Kiss, Agnostic Front giusto per fare qualche nome…
Come per le precedenti edizioni, anche quest’anno, il merito di aver riportato in vita il Superbowl of Hardcore è ancora una volta tutto della Black n Blue productions, agenzia capeggiata da Freddy Madball e il suo socio Cuzin Joe.
Incendiary

Sabato 15 Maggio 2010, East Village – New York City; il Webster Hall ospita il sesto Black N Blue Bowl aka Superbowl of Hardcore, con oltre nove ore di hardcore suonato da alcune delle migliori band in circolazione. Oggi si scrive un’altra pagina di storia!
H8 Inc.

I cancelli si aprono alle 2:00 del pomeriggio, la gente in fila fuori dal locale è già molta ma, al contrario di come siamo abituati in Italia, qui ci si schiera attaccati al muro e ordinati si aspetta il turno per entrare. Le mani dei minorenni che non possono bere al bar vengono contrassegnate con una “X” e, nonostante la serata carica di testosterone, si notano moltissime ragazze tra il pubblico. A vederlo da fuori proprio non si direbbe ma il Webster Hall è un locale gigantesco su due piani: un dancefloor enorme con palco altrettanto grande e un balcone al piano superiore dove sono situate tutte le varie distro e il backstage per le band.
Sand

Cominciano con estrema puntualità i locali Incendiary di Long Island, seguiti dagli ospiti H8 Inc. di Detroit, i giapponesi Sand e i Cruel Hand dal Maine. Questi ultimi spiccano tra le altre band per il loro impatto live e la potenza dei loro pezzi, il pubblico però non è ancora molto, forse ancora un po’ troppo freddo e l’esibizione perde qualcosa.
Cruel Hand

Si comincia con i primi nomi di rilievo ovvero Wisdom In Chains, reduci da un recente tour europeo e un nuovo album e, una delle ultime rivelazioni in campo hardcore degli ultimi anni, i Trapped Under Ice da Baltimore. La gente risponde bene con entrambe le band ma questi ultimi danno sicuramente qualcosa in più, l’energia che trasmettono viene captata benissimo dal pubblico che scatena l’inferno sopra e sotto il palco per tutti i 30 minuti di live.
Wisdom In Chains

Trapped Under Ice

Alle 6:00 di sera salgono sul palco gli special guest della serata, già annunciati qualche giorno prima: i Supertouch! Probabilmente una delle migliori band della serata, il loro set è semplice ma estremamente energico e originale, come dovrebbe essere per una vera hardcore band. Prima dello show ho avuto l’occasione di scambiare anche due parole con Jon Biviano, chitarrista della band e gran tifoso del West Ham United il quale mi da qualche dritta su dove poter vedere l’ultima di campionato che si sarebbe tenuta il giorno seguente.
Supertouch

Arriva il momento della “sfilata” dei padroni di casa. Primi tra tutti gli Skarhead, la formazione capitanata da Lord Ezec aka Danny Diablo e Puerto Rican Myke, si presenta on stage con tutta la crew alle spalle per un totale di circa 40 persone sul palco. Il gruppo apre con il celebre pezzo ‘Kings At Crime’ ed è subito una guerra: stage diving, mosh, gente sopra e sotto il palco; seguono tutti i pezzi migliori del combo newyorkese da ‘Dogs Of War’ a ‘Punk Rock Fantasy’ ma, nella mezzora di live proposta, lasciano poco spazio ai pezzi del nuovo album ‘Drugs Music And Sex’ uscito solo da qualche mese su I Scream Records. Da segnalare inoltre un gran featuring di Eddie Leeway che per tre minuti buoni salta come un pazzo da una parte all’altra del palco senza sosta!
Skarhead

Se gli Skarhead sono sembrati grandi gli H2O sono stati mastodontici. Ho visto gli H2O in molte occasioni, sia in Italia che all’estero ma devo ammettere che al Superbowl 2010 hanno davvero superato loro stessi. Penalizzati dalla mancanza del loro bassista e dovendosi esibire con un amico dei Kill Your Idols hanno comunque regalato 40 minuti incredibili passando in rassegna tutti i migliori pezzi del loro repertorio da ‘Family Tree’ a ‘Thicker Than Water’. Il pubblico ha partecipato in maniera straordinaria a tutto il set della band dando spettacolo in ogni angolo del Webster Hall.
H2O

E’ il momento per un altro nome “old school”, gli Yuppicide che purtroppo, dopo l’impatto degli H2O, faticano a catturare l’attenzione del pubblico forse un po’ troppo “new school” per apprezzare una band come questa. Energia, talento da vendere e forma smagliante per il leggendario hate core act ma la freddezza di un pubblico disinteressato appiattisce una performance che nei nineties avrebbe spazzato via ogni tentativo di imitazione.

Yuppicide

Sono ormai le 9:00 di sera quando sul palco si apprestano a salire i Madball. Devo ammettere che vederli in casa loro fa tutto un altro effetto rispetto agli show europei, il set è più o meno lo stesso ma l’energia e la potenza che sprigionano non ha eguali. Il pit sotto al palco è estremamente violento, sono altri 40 minuti di fuoco che riconfermano la formazione di Freddy e Hoya come una pietra miliare dell’hardcore moderno!!
Madball

Passerella conclusiva affidata ai Cro-Mags di John Joseph seguito da Mackie, Craig Setari e Aj Novello che propongono tutta la tracklist di ‘Age Of Quarrel’ con qualche cover dei Bad Brains. Niente di più di quello che abbiamo visto in Italia qualche mese fa; un grande show hardcore penalizzato forse solo dalla stanchezza del pubblico che non riesce a dare spettacolo come ha fatto per le band precedenti.
Cro-Mags

Nel giro di qualche minuto mi ritrovo di nuovo nelle strade dell’East Village in un sabato sera qualsiasi della Grande Mela. La gente fuori dal locale viene dispersa dalla sicurezza e in meno di cinque minuti sono già a qualche isolato di distanza in direzione after party! Much respect to Cuzin Joe and Freddy Madball!!!

(Txt Luca Burato; Pics Helena BXL)

Black N Blue I Myspace
www.blacknblueproductions.net
www.helenabxl.com

Giardini Naxos mid swell

Posted by Salad Days On June - 29 - 2010 ADD COMMENTS

GIARDINI NAXOS MID SWELL

10/04/2010
Non so cosa scrivere per fare di questo servizio fotografico un articolo che possa essere degno di tale definizione… Visto che io non sono né un giornalista, né uno che tenti di esserlo, ma in questo caso vesto i panni di un appassionato di surf da onda che è andato, con un suo amico fotografo naturalistico e l’altro suo amico local e surfista da più tempo presente sulla scena, in quel di Giardini Naxos…SICILIA.

Non starò ad annoiarvi sulla storia e le origini di questo stupendo luogo, visto che dovrei fare il copia incolla da Wikipedia, l’unica cosa che so è che Giardini esisteva come insediamento dei Sicani, ai piedi del monte Tauro, già da prima della colonizzazione da parte dei greci.

Per il resto è tutto godimento degli occhi e dei piedi quando lo scirocco arriva, anche con grande violenza, a infrangersi sulle coste ioniche, e Giardini, quando le condizioni sono ottimali, resta uno spot che offre onde abbastanza potenti e di qualità, soprattutto se si predilige il point che c’è alla destra del benzinaio di fronte la caratteristica chiesa col tetto slanciato e spiovente come una guglia.

L’unica pecca è che proprio durante la bella stagione nel Mar Ionio non sono presenti perturbazioni tali da creare grosse mareggiate e quindi per godere di ciò che per noi surfisti è il vero valore di questo posto bisogna aspettare l’autunno.

Quindi arrivederci a settembre Giardini adorata! Un ringraziamento a Domenico Contartese per le foto, a Giulio solo perchè se lo merita sempre e chiunque ci permetta di utilizzare questo spazio nella maniera più libera e creativa che si possa pensare, il che non è un merito da poco in un paese come l’Italia dove tutti i media sia via etere sia cartacei ci portano in un modo o nell’altro a seguire solo un unico grande e scomodo punto di vista…

(Txt Fernando; Pics Domenico Contarese)

From Hossegor to San Vincenzo the long way home

Posted by Salad Days On June - 21 - 2010 ADD COMMENTS

Da Hossegor a San Vincenzo, passando per Andora, Forte dei Marmi e Roma. Il viaggio di Angelo Bonomelli raccontato attraverso le onde del Mediterraneo.

L’allenarsi in una disciplina sportiva come il surf, soprattutto se abiti in Italia, comporta molti viaggi e spostamenti: Angelo Bonomelli, infatti, dopo esser rientrato dal Costarica, aver preso parte a due gare in Inghilterra, era rientrato ad Hossegor per proseguire gli allenamenti con Didier Pitier.

Dopo pochi giorni di shooting in Francia, Angelo è dovuto ripartire per recarsi a Roma, per prendere parte ad un evento di cui molto presto sentirete parlare nel dettaglio: una demo per un noto marchio automobilistico.

Ma come spesso accade, lungo la strada che porta alla destinazione che ci si è prefissati, compaiono degli eventi che ti fanno fermare in determinati luoghi: questa volta la fortuna volle che ad Andora ed a Forte dei Marmi, il moto ondoso regalasse delle buone pareti liquide sulle quali trasportare le nuove tecniche apprese.

E così in compagnia di Paolo Colombini ed altri amici ad Andora, e di Alessio Poli, Nicola Bresciani e Federico Perondi a Forte dei Marmi, Angelo non ha fatto in tempo a scordarsi minimamente a cosa servissero quelle tavole che portava con se ( cosa questa che succede spesso una volta che si rientra nel Bel Paese ).

E con il ricordo di questi mille istanti, Angelo ora è di nuovo in viaggio alla ricerca di riuscire, grazie al suo impegno ed al prezioso aiuto di amici e sponsors, a realizzare i suoi sogni. Per leggere una sua completa intervista vi rimandiamo a fine luglio/primi di agosto in concomitanza con l’uscita del quarto numero di Salad Days Magazine.

Photo courtesy : Andrea Rigano e Mike Pireddu

White Pagoda interview

Posted by Salad Days On June - 16 - 2010 ADD COMMENTS

WHITE PAGODA INTERVIEW

In occasione del loro concerto al Sabotage Bar abbiamo avuto modo di conoscere questa band di promettenti toscani. Il loro disco era già stato recensito qualche tempo fa risultando un ottimo prodotto. I White Pagoda di oggi sono stati presi ora sotto l’ala protettiva della Rocky Rocketz Management e ci aspettiamo dunque di sentirne parlare sempre più spesso in futuro…

SD:Presentatevi, chi siete, da dove venite e come vi siete conosciuti?

WP: Siamo una band a conduzione familiare praticamente, tre di noi sono cugini (Tiziano Luca e Gil) e solo Cristiano (chitarra e voce) non lo è; quindi va da se che noi cugini ci conosciamo da tempo, mentre Cristiano lo abbiamo conosciuto perché assiduo spettatore dei nostri concerti prima di entrare nella band.

SD: Da quanto tempo suonate insieme e com’è cominciata questa esperienza?

WP: Suoniamo insieme dal 2007 come White Pagoda a 4, i tre cugini suonavano già insieme in una band di differente estrazione musicale (Hard R’n’R), finché la band si è sciolta e si sono gettate le basi per la creazione dei White Pagoda, completando il tutto con l’arrivo di Cristiano.

SD: Da dove deriva la scelta del nome White Pagoda? C’è un significato particolare?

WP :Il nome deriva dalla pappa presente nelle teste di noi tutti; pensando ai vari nomi di band esistenti e in particolare i White Stripes, ci è piaciuta la parola White, poi il periodo in cui pensavamo al nome era quello natalizio e nel pub dove ci trovavamo si giocava a mercante in fiera, nel mercante in fiera c’è la carta Pagoda…2 + 2 fa 4 no?

SD: E’ uscito il vostro album ‘Chair Evolution (not design)’. Il vostro primo release si chiamava ‘Sofa’. Come mai questo continuo richiamo ai “posti a sedere”?

WP: Hmmm e se ti dico che è tutto completamente casuale come il nome del gruppo? Mi offendi? :)
Luca ai tempi portò una canzone da provare, nominata Sofa, e così abbiamo titolato il primo disco o “demo”; per il secondo ‘Chair Evolution (not design)’, dopo una cena a sparare cazzate e nomi orribili abbiamo deciso di continuare con i mobili e questa volta è toccato alla sedia, la prossima volta potrebbe essere anche chessò ‘Stufa a pellet’!

SD: Di cosa vi piace parlare soprattutto nei vostri testi?

WP: I testi sono scritti principalmente da Luca e Cristiano, volendo non considerare quelli che rappresentano semplici frasi a effetto attaccate l’una a l’altra, ti posso dire che molti parlano di mmm: donne, rapporti problematici, rapporti finiti, politica, attualità…può bastare.

SD: Quale pensate sia la caratteristica che più vi contraddistingue e caratterizza come band?

WP: Un uso molto incisivo della melodia vocale e strumentale, che a mio avviso non sfocia mai nel melenso, o nel banale diciamo.

SD:Come definireste il vostro sound? Classica domanda da giornalista…

WP: Le definizioni che solitamente più ci piacciono, sono: Powerpop, Punk Pop, ooo boh, fondamentalmente non c’è mai interessato molto definirci, e soprattutto non c’è mai interessato troppo fare punk.

SD: Cosa vorreste che percepisse di più il pubblico durante una vostra performance?

WP: Voglia di fare un po’ di bordello, di offenderci, regalarci da bere, comprare i nostri dischi e le nostre magliette.

SD: Cosa pensate della realtà musicale italiana?

WP: Divisa ma non separata, spesso poco attenta per non dire superficiale, in molti casi indietro di anni, come del resto lo è il nostro paese.

SD: Come siete entrati in contatto con la Rocky Rocketz?

WP: Attraverso una leggenda della scena rock’n’roll italiana nonché rappresentante di tutti gli alcolisti del paese…Ros dei Brokendolls!

SD: Quali sono i vostri miti nel campo musicale?

WP: Mmmm domanda difficile ne elenco quattro al volo: Massive Attack, Entombed, Sonic Youth eee mmmm King Khan.

SD: Se poteste scegliere un gruppo con cui condividere il palco, quale sarebbe e perchè?

WP: Gli Hives. Chi meglio di noi può scaldargli il pubblico!!

SD: C’è qualche disco in particolare che vorreste consigliarci?

WP: Certo, ‘Karel Thole’ degli Speedy Peones

SD: Ultima domanda,parlateci dei vostri progetti per il futuro…

WP: Al momento cercare di suonare più possibile in Italia, e un po’ anche all’estero; vorremmo fare uno split con i Female Troubles e un video.

(Txt & Pics Martina Lavarda)

White Pagoda I Myspace

77 interview

Posted by Salad Days On June - 14 - 2010 ADD COMMENTS

77 INTERVIEW

Gli iberici 77 provengono da Barcellona, Catalogna, sono attualmente la più credibile e sincera rivisitazione del magico sound proposto dagli Ac/Dc nella decade seventies. Capitanati dai fratelli Valeta: Armand voce e chitarra e LG chitarra solista (due predestinati visto che sono figli d’arte, il padre suonava la chitarra in una band che proponeva cover dei Who e Rolling Stones, LG mi dice che una delle chitarre del padre viene usata da loro dal vivo) vedono la line up completarsi con l’arrivo di Raw al basso e Dolphin alla batteria. A rispondere sono presenti tre quarti della band, manca solo Dolphin.

SD: Come stà andando questo vostro primo tour italiano?
77: Così, così, due giorni fa non c’era molta gente, ieri indubbiamente meglio, ma devo dire che la risposta è stata positiva e le persone abbastanza simpatiche.

SD: A cosa si riferisce il titolo del disco ‘21th Century Rock’?
77: E’ nostra intenzione portare avanti un tipo di discorso musicale legato alla tradizione rock, continuando a suonare in un certo modo anche in questo nuovo secolo.

SD: Naturalmente la vostra band si chiama 77 come riferimento all’anno di uscita di ‘Let There Be Rock’ degli AC/DC?
77: Si senza ombra di dubbio consideriamo quel disco come la nostra maggiore influenza, il loro apice creativo sia a livello di suoni che come canzoni.

SD: E invece di ‘Black Ice’ cosa pensate?
77: Non è che ci piace molto, del periodo di Brian Jonhson preferiamo, ‘Back In Black’, ‘Stiff Upper Lift’ e ‘Ballbreaker’.

SD: Li avete mai visti suonare?
77: Tre volte da noi in Spagna.

SD: Già in Spagna…lì come è il vostro livello di popolarità?
77: L’inizio è stato in salita, ma da quando è uscito il disco, complici le buone recensioni che abbiamo avuto, la nostra popolarità è cresciuta e siamo parecchio richiesti in giro.

SD: A mio parere è perche c’è una scena più viva da in Spagna che in Italia per il rock…
Mi guardano un po’ dubbiosi, ma quando gli snocciolo i festival che hanno luogo nella loro madrepatria e di come certe band da loro fanno dei veri tour e qui da noi o non vengono o fanno la solita data e via, ammettono che ahimè è la pura verità.

SD: A parte gli AC/DC chi vi ha influenzato?
77: Who e Rolling Stones…Kiss, e tutti quei cantanti degli anni cinquanta come Elvis the King, Little Richard, Chuck Berry.

SD: Armand è incredibile l’assomiglianza vocale che hai con Bon Scott?
77: (Risponde Armand), me lo dicono in molti. Ma è proprio la mia voce, non mi devo sforzare, mi viene naturale cantare cosi.

SD: Prima avevate altre band?
77: (Armand e LG) Si due band,mentre Raw risponde che suonava punk rock alla Hellacopters e Glucifer, siamo tutti polistrumentisti e quindi ci viene facile suonare anche dell’altro.

SD: Ultimamente ci sono parecchie band europee che pur non essendo di madrelingua inglese sono venute alla ribalta?
77: Si pensiamo che il movimento dello “scandinavian rock” ha dato impulso a tutta l’Europa, ma la gente in Spagna preferirebbe che cantassimo in spagnolo, ma per la nostra cultura è meglio cantare in inglese, lo spagnolo non è una lingua molto rock’n’roll.

SD: Io mi ricordo dei Baron Rojo gruppo hevy metal che cantava in spagnolo?
77: Loro sono una istituzione in Spagna, sono parecchio famosi anche all’estero e hanno anche un buon seguito in Inghilterra.

SD: A questo punto una domanda gliela pone Pepo, il proprietario del locale, il SABOTAGE BAR, vedo che i vostri testi ricalcano quegli degli australiani con storie a base di alcool e donne disponibili, sono autobiografici?
77: Il rock in generale che si presta a questo tipo di storie, noi in realtà non facciamo uso di droghe e di alcool ne consumiamo poco, (Armand mi fa vedere il suo bicchiere di vino), mentre sia LG e Raw non bevono, però le donne ci piacciono, eccome, specie quelle con le tette molto grosse.

SD: Chi è che scrive i testi?
77: Noi due fratelli insieme, ma è soprattutto LG che se ne occupa, dopo comunque rivediamo tutto assieme.

SD: Consapevole di andare a toccare un nervo scoperto mi addentro a domandargli della semifinale di Champions League che ha da poco visto il Barcellona eliminato dalla squadra italiana dell’Inter.
77: INTER SUCKS, Inter mafia.

SD: Ancora con stà storia della mafia, ma se all’Inter hanno espulso uno dopo neanche mezzora.
77: Si ma all’andata hanno segnato in fuorigioco.

SD: Non è che ogni anno potete vincere tutto.
77: LG mi fa il segno del sei con le dita come i trofei vinti dal Barca nella passata stagione.

SD: E i prossimi mondiali chi li vince?
77: La Spagna, (detto senza tanta convizione).

SD: Riportata la calma gli domando dei programmi futuri
77: Il nostro disco stà per essere distribuito in tutta Europa, (in Italia Audioglobe), siamo molto contenti per questo, suoneremo spesso faremo un tour spagnolo.

SD: Fate altri lavori a parte suonare?
77: No suoniamo solo ma è molto dura, mangiamo poco, si fa molta fame con il rock’roll.

SD: “I GOT HOLE IN MY SHOES, DOWN PAYMENT BLUES” (HO I BUCHI NELLE SCARPE PAGANDO LA CAMBIALE AL BLUES)
77: (Mi guardano e mi rispondono) “IT’S A LONG WAY TO THE TOP …IF YOU WANNA ROCK’N’ROLL.

Qui l’intervista finisce, ma complice il fatto di aver trascorso il giorno dopo insieme fra calli e campielli veneziani, mi dicono di aver fatto da supporto agli Airbourne nelle date spagnole e che il loro cantante è davvero un pazzo scatenato, poi viene fuori una storia riguardo all’entrata di Dolphin il batterista.

SD: Ehi Dolphin cosa è questa storia di come sei entrato nella band?
77: Li vidi suonare con un altro batterista e mi piacquero davvero tanto, quindi andai da loro proponendomi per una audizione come batterista, il problema e che io la batteria non la sapevo suonare, ma feci davvero un gran casino, picchiai duro come un dannato, la loro risposta fu che gli piacevo e potevo far parte della band…la batteria me la insegnarono loro a suonare.

Concludono il loro tour italiano suonando al Ricky’s Pub una cover di ‘GONE SHOTTIN’ omaggio a Kazumi, loro scopritrice “italiana”.

(Txt X-Man; Pics Rigablood)

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