DANDELION SNOW
‘The Grand Scheme Of Things’-CD
(Big Bullet/Lock And Key Collective)
Se da un po’ di tempo tra i suffissi che più spesso vengono affiancati a “indie” c’è anche “folk”, parte del merito va attribuito ai vari Bright Eyes, Elliott Smith (rip), Bon Iver, tutti bravi a rinnovare la tradizione Drake/Cohen attraverso una sensibilità moderna un po’ campestre e un po’ metropolitana. Tuttavia, fatti validi tutti gli apprezzamenti del caso, sembrava che le carte migliori fossero state velocemente giocate, e la ripetitività fosse l’unico destino possibile per questa forma di giovane cantautorato. Dandelion Snow, al secolo Roger Harvey, scongiura l’eventualità con il suo nuovo ‘The Grand Scheme Of Things’, prodotto da quella vecchia volpe di Chris #2 degli Anti-Flag. L’album snocciola, come era da attendersi, le paturnie di un adolescente stonato filtrate attraverso un processo di scrittura che non predilige una forma espressiva particolare, spostandosi liberamente tra ballate senza tempo (‘You’re Impossibile’), irresistibili impennate poppettare (‘It’s Different Now’), drammatiche e meste solennità (‘Going Underground’), fino all’organo quasi zeppeliano di ‘Wooden Gods’. Alla fine ci si rende conto senza sforzo che il viaggio è stato denso ed emotivo tanto per i Dandelion Snow quanto per noi poveri ascoltatori. Bravo.
(Flavio Ignelzi)
THE PEACOCKS
‘After All’-CD
(People Like You)
Quindici tracce in quarantuno minuti di divertimento allo stato puro: questo potrebbe essere un modo sintetico ma fedele per descrivere il contenuto di ‘After All’, nuovo lavoro dei Peacocks. La band svizzera continua il proprio discorso sul rock’n’roll più vintage, anni cinquanta e sessanta per vocazione, con un album (l’ottavo in carriera, se non erro) che allinea il solito carico di rockabilly, surf, swing, rocksteady e via discorrendo che fila via dritto, senza cedimenti di sorta. Dalla sicurezza con cui vengono serviti tutti i luoghi comuni del genere, si comprende l’esperienza e la competenza che caratterizza la band originaria di Schaffhausen, attiva da un paio di decenni. Brani come ‘Primadonnas’, ‘Danger’ o ‘Against It (Come On)’ trasmettono un’allegria a dir poco contagiosa, che si spegne solo in occasione di un paio di episodi un po’ più riflessivi (tipo ‘Not Your Man’). In definitiva un gran bel disco, quindi, che conferma i Peacocks tra le certezze all’interno del rooster People Like You Records, con una nota di merito per il contrabbasso di Simon Langhard, davvero la ciliegina sulla torta della nonna messa a raffreddare sul davanzale della cucina.
(Flavio Ignelzi)
ALPHA & OMEGA
‘Life Swallower’-CD
(6131 Records)
È, volendo, un disco pieno di difetti, questo ‘Life Swallower’: troppo prevedibile nel delineare i suoi caratteri distintivi tipicamente thrash-metal (con una spruzzatina di hc old-school), troppo banale nelle situazioni che sanno di già sentito (emblematico il finale di ‘Worthless Life’, ad esempio, al limite del plagio), troppo passatista nella struttura delle canzoni che appare ancorata a schemi anni ottanta già ampiamente esplorati. E poi certe ovvietà liriche che non si sentivano neanche venticinque anni fa. Eppure è un disco che piglia! Soprattutto grazie ad un suono acrobatico e muscolosissimo che non alza inutili muri di distorsione low-tuned, ma lavora di fino sulla potenza e sulla tecnica. I losangelini Alpha & Omega, qui al loro debutto ufficiale, si permettono di scavezzacollare con i cliché (con poche cadute di tono) dimostrando di conoscere a menadito i fondamenti dell’heavy-metal autoctono. I fan del thrash marchiato Bay Area di metà anni ottanta (Metallica, Megadeth, Exodus, Testament), che si allungano fino alla Grande Mela di Cro-Mags e H2O, avranno modo di alleviare le proprie nostalgie con questo disco anacronistico ma trascinante.
(Flavio Ignelzi)
HELLYEAH
‘Stampede’-CD
(Spinefarm)
La carne a cuocere sul barbecue rovente degli Hellyeah è saporita e sanguinolenta, ma non certo per palati fini. La band americana, che la stampa di mezzo mondo ha deciso di catalogare nella sezione “supergruppi” (membri di Pantera, Damageplan, Mudvayne, Nothingface), lavora con i bassi istinti, heavy-metal sudista privo di ogni forma di accondiscendenza, sebbene qualche pezzo abbia facile gioco in un’eventuale competizione mediatica, primi fra tutti la trascinante opener-track ‘Cowboy Way’, il singolone ‘Hell Of A Time’ e la ballata ‘Better Man’. Il resto è polvere, alcol, truck, spogliarelliste, cappellacci da cowboy, stivali, tatuaggi, bandiera confederata, cactus, bufali, motociclette truccate, saloon, con la produzione potente ma non votata ai tamburi di Vinnie Paul (e la collaborazione indispensabile di Sterling Winfield) che lo rende appetibile ad una fetta di pubblico abbastanza vasta. ‘Stampede’ convince non tanto per il valore in sé delle composizioni (essenziali al limite della denuncia), quanto per quello che sono in grado di evocare, e cioè i climi torridi dei deserti texani, le pompe di benzina abbandonate, i posti malfamati di frontiera e le risse tra ubriachi senza possibilità di redenzione.
(Flavio Ignelzi)
















































































