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Posted by Salad Days On September - 5 - 2010 ADD COMMENTS

DANDELION SNOW
‘The Grand Scheme Of Things’-CD
(Big Bullet/Lock And Key Collective)

Se da un po’ di tempo tra i suffissi che più spesso vengono affiancati a “indie” c’è anche “folk”, parte del merito va attribuito ai vari Bright Eyes, Elliott Smith (rip), Bon Iver, tutti bravi a rinnovare la tradizione Drake/Cohen attraverso una sensibilità moderna un po’ campestre e un po’ metropolitana. Tuttavia, fatti validi tutti gli apprezzamenti del caso, sembrava che le carte migliori fossero state velocemente giocate, e la ripetitività fosse l’unico destino possibile per questa forma di giovane cantautorato. Dandelion Snow, al secolo Roger Harvey, scongiura l’eventualità con il suo nuovo ‘The Grand Scheme Of Things’, prodotto da quella vecchia volpe di Chris #2 degli Anti-Flag. L’album snocciola, come era da attendersi, le paturnie di un adolescente stonato filtrate attraverso un processo di scrittura che non predilige una forma espressiva particolare, spostandosi liberamente tra ballate senza tempo (‘You’re Impossibile’), irresistibili impennate poppettare (‘It’s Different Now’), drammatiche e meste solennità (‘Going Underground’), fino all’organo quasi zeppeliano di ‘Wooden Gods’. Alla fine ci si rende conto senza sforzo che il viaggio è stato denso ed emotivo tanto per i Dandelion Snow quanto per noi poveri ascoltatori. Bravo.
(Flavio Ignelzi)

THE PEACOCKS
‘After All’-CD
(People Like You)

Quindici tracce in quarantuno minuti di divertimento allo stato puro: questo potrebbe essere un modo sintetico ma fedele per descrivere il contenuto di ‘After All’, nuovo lavoro dei Peacocks. La band svizzera continua il proprio discorso sul rock’n’roll più vintage, anni cinquanta e sessanta per vocazione, con un album (l’ottavo in carriera, se non erro) che allinea il solito carico di rockabilly, surf, swing, rocksteady e via discorrendo che fila via dritto, senza cedimenti di sorta. Dalla sicurezza con cui vengono serviti tutti i luoghi comuni del genere, si comprende l’esperienza e la competenza che caratterizza la band originaria di Schaffhausen, attiva da un paio di decenni. Brani come ‘Primadonnas’, ‘Danger’ o ‘Against It (Come On)’ trasmettono un’allegria a dir poco contagiosa, che si spegne solo in occasione di un paio di episodi un po’ più riflessivi (tipo ‘Not Your Man’). In definitiva un gran bel disco, quindi, che conferma i Peacocks tra le certezze all’interno del rooster People Like You Records, con una nota di merito per il contrabbasso di Simon Langhard, davvero la ciliegina sulla torta della nonna messa a raffreddare sul davanzale della cucina.
(Flavio Ignelzi)

ALPHA & OMEGA
‘Life Swallower’-CD
(6131 Records)

È, volendo, un disco pieno di difetti, questo ‘Life Swallower’: troppo prevedibile nel delineare i suoi caratteri distintivi tipicamente thrash-metal (con una spruzzatina di hc old-school), troppo banale nelle situazioni che sanno di già sentito (emblematico il finale di ‘Worthless Life’, ad esempio, al limite del plagio), troppo passatista nella struttura delle canzoni che appare ancorata a schemi anni ottanta già ampiamente esplorati. E poi certe ovvietà liriche che non si sentivano neanche venticinque anni fa. Eppure è un disco che piglia! Soprattutto grazie ad un suono acrobatico e muscolosissimo che non alza inutili muri di distorsione low-tuned, ma lavora di fino sulla potenza e sulla tecnica. I losangelini Alpha & Omega, qui al loro debutto ufficiale, si permettono di scavezzacollare con i cliché (con poche cadute di tono) dimostrando di conoscere a menadito i fondamenti dell’heavy-metal autoctono. I fan del thrash marchiato Bay Area di metà anni ottanta (Metallica, Megadeth, Exodus, Testament), che si allungano fino alla Grande Mela di Cro-Mags e H2O, avranno modo di alleviare le proprie nostalgie con questo disco anacronistico ma trascinante.
(Flavio Ignelzi)

HELLYEAH
‘Stampede’-CD
(Spinefarm)

La carne a cuocere sul barbecue rovente degli Hellyeah è saporita e sanguinolenta, ma non certo per palati fini. La band americana, che la stampa di mezzo mondo ha deciso di catalogare nella sezione “supergruppi” (membri di Pantera, Damageplan, Mudvayne, Nothingface), lavora con i bassi istinti, heavy-metal sudista privo di ogni forma di accondiscendenza, sebbene qualche pezzo abbia facile gioco in un’eventuale competizione mediatica, primi fra tutti la trascinante opener-track ‘Cowboy Way’, il singolone ‘Hell Of A Time’ e la ballata ‘Better Man’. Il resto è polvere, alcol, truck, spogliarelliste, cappellacci da cowboy, stivali, tatuaggi, bandiera confederata, cactus, bufali, motociclette truccate, saloon, con la produzione potente ma non votata ai tamburi di Vinnie Paul (e la collaborazione indispensabile di Sterling Winfield) che lo rende appetibile ad una fetta di pubblico abbastanza vasta. ‘Stampede’ convince non tanto per il valore in sé delle composizioni (essenziali al limite della denuncia), quanto per quello che sono in grado di evocare, e cioè i climi torridi dei deserti texani, le pompe di benzina abbandonate, i posti malfamati di frontiera e le risse tra ubriachi senza possibilità di redenzione.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On August - 29 - 2010 ADD COMMENTS

RIVERBOAT GAMBLERS
‘Underneath The Owl’-CD
(Volcom Entertainment)

La prima volta che mi sono imbattuto nei Riverboat Gamblers è stato in occasione della compilation ‘Volcom Entertainment Rock-Tested’, e ricordo che già allora mi colpirono per la loro genuina immediatezza. Oggi che ho la possibilità di ascoltare per intero ‘Underneath The Owl’ (che è la loro sesta uscita ufficiale), non posso che confermare la loro capacità congenita, che ostentano in modo naturale, di assemblare melodie che arrivano a bersaglio al primo istante, pronte per girare in testa e per rimanerci un bel po’. Le coordinate sonore sono senza dubbio quelle del punk-rock, di stampo melodico, con sfumature morbide che non definirei ‘emo’, quanto piuttosto ‘brit’ o ‘college’. L’album appare molto eterogeneo, caratteristica forse accentuata dalla particolarità che tutti e cinque i musicisti si cimentano dietro al microfono, dividendosi le canzoni. Il risultato è anche estremamente catchy, pronto per salpare verso lidi commerciali di ampia portata, anche se poggia su un motore grezzo ed impulsivo. È facile pensare che la band texana stia lì lì per esplodere a livello planetario, ma nel frattempo godiamoci questa sequenza di pezzi killer prima che il mainstream ce li rubi.
(Flavio Ignelzi)

ARMORED SAINT
‘La Raza’-CD
(Metal Blade)

È soltanto il sesto album in studio, questo ‘La Raza’, nonostante gli Armored Saint siano in giro dai primi anni ottanta. Ed è un disco che non sconvolge, che non rompe gli schemi e che non stupisce con trovate spettacolari, ma nemmeno tradisce gli appassionati della band californiana (che, a quanto pare, non sono pochi, nonostante le uscite col contagocce). L’album batte sullo stomaco al solito con pezzi come ‘Loose Cannon’, ‘Head On’ e ‘Left Hook From Right Field’, aggiungendo qualche altra canzone non proprio di spessore, ma comunque decorosa. Tutto sommato però il risultato globale è vibrante, quadrato e piacevole. Nient’altro che U.S.-power senza troppi fronzoli, in sostanza. Il dominio di John Bush dietro al microfono è a dir poco straripante, supportato dall’usuale solidità espressa dalla sezione ritmica composta dai veterani Joey Vera e Gonzo Sandoval, permettendo al combo statunitense di non mostrare nemmeno una sfumatura di ruggine e reggendo pienamente il confronto con la maggior parte delle band più giovani e modaiole. Un ritorno riuscito, insomma, sperando di non dover aspettare altri dieci anni per un loro nuovo disco.
(Flavio Ignelzi)

GRAND MAGUS
‘Hammer Of The North’-CD
(Roadrunner)

La trasformazione sta per essere completata: partiti come act doom/stoner dalle sfumature quasi psichedeliche, i tre svedesi capitananti da Janne ”JB” Christoffersson (che, per inciso, ha abbandonato definitivamente gli Spiritual Beggars) hanno finalmente raggiunto quella che probabilmente è la loro dimensione sonora ricercata ed inedita: un heavy-metal stagionato, figlio naturale della NWOBHM, potente e solenne. Senza andare troppo per il sottile, ‘Hammer Of The North’ galoppa a briglia sciolta nelle praterie del classico suono metallaro anni ottanta, esasperando l’immediatezza della proposta attraverso riff massacranti, vocals acute e stordenti, ritmiche dinamiche. Quello che innalza l’album a paladino di una nuova riscossa di questo sound (che sia il nuovo trend del prossimo futuro?) è un’ispirazione fulgida e cristallina, che non cerca compromessi o scorciatoie verso l’accessibilità, evitando anche le scopiazzature o le “riletture” mirate. Cioè lasciando sgorgare l’heavy-metal libero dalla fonte verso gli amplificatori. Ora bisogna capire se quest’album è l’apice della loro espressione sonora, o possiamo aspettarci addirittura un ulteriore passo in avanti.
(Flavio Ignelzi)

THE DANGEROUS SUMMER
‘The Reach For The Sun’-CD
(Hopeless/Rude)

Non so quanto effettivamente possa essere pericolosa una stagione come l’estate, ma quella rappresentata dai The Dangerous Summer non pare esserlo poi tanto. Le ragioni che governano il punkettino emo(tivo) del quartetto originario di Ellicott City, Maryland, sono le stesse messe in campo tempo addietro da band come Jimmy Eat World o Samiam, e cioè chitarre pacate, orecchiabilità a livelli di guardia, chorus vincenti da sigla di telefilm del tardo pomeriggio, per l’ennesimo gruppetto di facce pulite da ragazzi per bene. Ciò non toglie che ‘The Reach For The Sun’ si presenti come una successione di possibili hit da classifica (per la verità tutti omologati e molto simili tra loro), a cominciare dall’opener-track ‘Where I Want To Be’. La professionalità della confezione è fuori discussione, e così la resa finale delle singole canzoni. Forse, in una ipotetica competizione tra band ultra-mainstream di questo tipo, i Dangerous Summer si posizionerebbero nei primi posti, tra quelle più godibili e meno zuccherose. Resta il fatto incontrovertibile che si tratta di roba per adolescenti, quindi se ne consiglia l’ascolto solo in condizioni di rilassatezza e senza impegno intellettuale alcuno.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On August - 20 - 2010 ADD COMMENTS

LAURA STEVENSON AND THE CANS
‘A Record’
(Asian Man Records)

Chi si ricorda della Asian Man Records? Sicuramente non i più giovani, ma per chi invece negli anni 90 ha vissuto il suo periodo punk rock questa etichetta statunitense non suonerà nuova. E visto che in questa categoria c’è pure il sottoscritto, trovarmi di fronte al disco di Laura Stevenson And The Cans licenziato da A.M.R. quasi mi fa stentare a crederci. Perchè?! Semplice ve lo spiego citando solo gli strumenti presenti in questo disco: banjo, pianoforte, tromba, violino, mandolino, trombone e percussioni… Ci trovate qualcosa di punk in tutto ciò?! Io decisamente no. Ma i tempi cambiano, così come anche i manager delle etichette si vede ed eccoci quindi a trattare di ‘A Record’ lavoro che, a dirla tutta, è molto piacevole all’ascolto. Una specie di disco solista dove la brava Laura sfoggia le sue pregevoli doti canore dolcemente assistita da un sound che definirei semplicemente di contorno visto che non prende mai in pugno la situazione fungendo solo da contorno. Una ballad infinita che ha il solo compito di rilassare (a tratti fin troppo) l’ascoltatore, il classico disco che piazzi nello stereo prima di addormentarti dopo una giornata frenetica. E poi in fondo diciamocelo, se Dallas Green e i suoi City And Colour sono riusciti a entrare nelle grazie di chi ascolta screamo et similia, perchè non dovrebbe riuscirci questa ragazza?
(Eros Pasi)

HOLLOWPOINTS
‘Old Haunts On The Horizon’-CD
(Concrete Jungle Records/Masterpiece)

Il punk rock d’oltreoceano sembra avere ancora un forte richiamo, tante infatti le realtà che nonostante i vari tormentoni hanno saputo tener duro arrivando sino ai giorni nostri. Il caso degli Hollowpoints è sicuramente uno di questi, una band cresciuta ascoltando le produzioni di casa Fat Wreck e che oggi gode del suo momento di gloria grazie alla Concrete Jungle Records. ‘Old Haunts On The Horizon’ è il classico disco da ascoltare senza troppe pretese, registrazione scarna, soliti giri di chitarra e una buona dose di adrenalina data dal rock’n'roll. I brani – la cui immediatezza faciliterà il compito dei quattro musicisti nel contesto live – non hanno nulla da invidiare a quelli proposti da nomi ben più consolidati, racconti di vita quotidiana che divertono e isolano l’ascoltatore dalla quotidianità per una buona mezzora. Proporre punk rock nel 2010 è un’arma a doppio taglio se non sei un volto noto della scena, da una parte la voglia di consolidare le proprie origini stilistiche e dall’altra il fatto di suonare tali e quali ad altre centinaia di band… Gli Hollowpoints hanno scelto di percorrere questa strada e vista la loro convinzione non resta che dirgli good luck dudes!
(Eros Pasi)

STRAIGHT OPPOSITION
‘Fury Stands Unbeaten’-CD
(Indelirium Records)

La scena hardcore italiana gode di buona salute da ormai diverso tempo, con band note e non sempre pronte a farsi valere in patria e spesso anche all’estero. Gli Straight Opposition non sono di sicuro gli ultimi arrivati visto che da ormai qualche anno si sono fatti conoscere attraverso produzioni degne di nota e tanti show che hanno permesso loro di farsi conoscere agli appassionati. Di gavetta ne hanno fatta e oggi con ‘Fury Stands Unbeaten’ il quartetto tira le somme di quanto fatto fino a oggi. Un lavoro granitico dai tratti somatici bostoniani talmente è crudo e privo di ossigeno, tirato al limite dall’inizio alla fine e senza la benché minima concessione al new school tanto di moda oggigiorno. A dar tregua ci pensano di tanto in tanto parti two step che rendono godibile il lavoro persino a chi non ama confrontarsi con ambienti così hard. Un album la cui durezza piacerà parecchio a chi fa dell’hardcore vecchia scuola il proprio stile di vita, suonato con la passione e la grinta di chi ci crede veramente in quello che fa. Gran bel lavoro insomma, dal forte sapore statunitense ma con un DNA italico di cui andare sicuramente fieri!
(Pietros “True Blood” Fasty)

EMMURE
‘Goodbye To The Gallows’-CD
(Victory)

Risale ad un paio di anni fa, questo ‘Goodbye To The Gallows’, e oggi può apparire già scaduto come lo yogurt. D’altronde all’epoca gli Emmure debuttavano per la Victory, e rappresentavano una delle promesse più accattivanti del deflagrante movimento metal-core. Da allora di album, la band newyorchese, ne ha rilasciati altri due, e l’ultimo ‘Felony’ è una bordata immane: immaginate dei Deftones incazzati come cani rabbiosi, che mischiano nu-metal, crossover e hardcore old-school al solo scopo di colpire più pesantemente possibile. All’epoca del loro debut-album, invece, gli Emmure erano un pelo più morbidi (si disquisisce di quisquiglie, naturalmente), meno incandescenti e abbastanza impersonali. Certo, contestualizzando l’uscita si può facilmente affermare che questa veloce (meno di mezz’ora) incursione della band del frontman Frank Palmeri, con ancora i fratelli Leonetti al loro posto (prima dello split), otteneva lo scopo primario, cioè attirare l’attenzione su di loro. Col senno di poi, invece, si può ribadire che risulta una prova propedeutica al materiale a venire, e che vale anche la pena di recuperare, ma solo se la trovate nel cestone delle offerte.
(Flavio Ignelzi)

RIOT BRIGADE
‘Go On’-CD
(Concrete Jungle Records/Masterpiece)

Giovanissimi ribelli questi Riot Brigade, quintetto di combat punx con tanto di cresta proveniente dalla Germania e pronti a mettere a ferro e fuoco con la loro musica ogni squat che capiti sotto tiro. Il loro essere costantemente aggressivi con tanto di testi “contro” trae spunto dal movimento alternativo anni 70/80, due decenni dove si sono visti nascere gruppi fondamentali che hanno poi segnato le future generazioni. Il sound dei Riot Brigade è un mix di elementi disparati, si va dal punk rock tradizionale a sfuriate hardcore vecchia scuola che tanto piaceranno agli estimatori del genere, il tutto condito da liriche al vetriolo poste al centro dell’attenzione. Un gruppo ancora acerbo dal punto di vista stilistico ma che fa dell’entusiasmo il suo punto di forza, convincendo grazie alla voce tutt’altro che melodica del cantante (la parola rozzo potrebbe quasi essere la più adatta) e a cori immediati. Di sicuro non diventeranno i nuovi Exploited ma poco importa, i Riot Brigade sono talmente giovani e incazzati che farli sfogare di certo non guasta!
(Pietros “True Blood” Fasty)

PENDULUM
‘Immersion’-CD
(Warner Music)

Accidenti quanto corrono questi Pendulum! La loro è una storia fatta di conquiste senza alcuna tregua, fatta di contratti con major, live frenetici ed electro music capace di conquistare persino i metallari. Come ci siano riusciti non chiedetelo di certo a me, ma quel che è certo è che la loro bizzarra proposta continua a piacere in tutto il mondo. Squadra che vince non si cambia ed ecco allora che anche il nuovo lavoro ‘Immersion’ non cambia di una virgola i connotati stilistici della band, impareggiabile nel mescolare con intelligenza synth, tastiere, acid house music e scenari nintendocore. Il fatto di non essersi mai ancorati alla musica elettronica anni 90 rende i Pendulum un nome assai coraggioso, capace soprattutto di pensare con la propria testa ed esporsi nel modo migliore, con idee innovative e voglia di confrontarsi. A rendere internazionale il tutto troviamo poi una lista infinita di guest che hanno contribuito alla realizzazione dei quindici brani qui presenti, tutti potenziali singoli radiofonici tanto suonano diretti e con il giusto piglio. A piacere dei Pendulum è soprattutto il fare da cazzoni dei musicisti, abili nel non prendersi troppo sul serio e a sfoggiare soluzioni spesso incomprensibili al primo ascolto ma che alla lunga entusiasmano non poco. Rispetto al passato ancora meno spazio alle parti cantate, una scelta adottata per dar ancora più risalto alla bravura di questi DJ all’arembaggio. Da menzionare infine l’artwork, che rifacendosi al concept del disco legato all’acqua e fondali marini ha centrato in pieno il pensiero dei Pendulum. Insomma i cugini tamarri degli Enter Shikari sono riusciti ancora una volta a stupire, gran cosa di questi tempi.
(Eros Pasi)

BONES BAG
‘The Show’-CD
(Indelirium Records)

Continua senza sosta la ricerca di talenti da parte di Indelirium Records, etichetta indipendente italiana che in questi anni ha saputo togliersi parecchie soddisfazioni con il suo roster ricco di nuovi nomi di buon livello qualitativo. Oggi a tener fede alle belle parole spese su questa etichetta tocca ai Bones Bag e al loro debutto intitolato ‘The Show’, produzione fresca e sincera nei suoi pregi e nei suoi difetti. Come spesso accade in queste occasioni la prima cosa che si evince è il forte entusiasmo generale, che porta la band a suonare in maniera semplice e coinvolgente un punk’n'roll dal taglio retrò. La buona fattura dei pezzi permette alla band di districarsi con disinvoltura dai facili paragoni di rito, nonostante l’ombra di Clash e Social Distortion si avverta senza però risultare ingombrante durante l’ascolto. Unica nota dolente risulta essere la registrazione, non certo di eccelsa qualità e che smorza non poco la potenza dei pezzi. Trattandosi di un esordio al momento può andare bene così, l’importante è che in futuro i Bones Bag siano capaci di rimanere su questa rotta prendendo spunto da quanto di buono è stato espresso in questo ‘The Show’ e togliendosi di dosso quei nei tipici delle band alla prima esperienza discografica.
(Pietros “True Blood” Fasty)

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Posted by Salad Days On August - 4 - 2010 ADD COMMENTS

FROM PLAN TO PROGRESS
‘Ink Stains & Incidents’-CD
(No Reason)

Hardcore melodico? Essenzialmente sì. Inni da cantare a squarciagola, indirizzati ad un pubblico di giovani scavezzacollo, qualche ineluttabile sfumatura “emo”, e una produzione stellare a fare da sostegno. Ma i From Plan To Progress non sono solamente le energiche melodie solari intrecciate dal chitarrista Kal Hollywood con il supporto della dinamica sezione ritmica Harrison/Birnage, bensì una band fresca e scoppiettante capace di comporre con cognizione di causa, nonostante la giovane età. I paragoni con Strung Out o No Use For A Name (o con un altro mezzo milione di band simili) sono inevitabili, ma la genuinità di questa proposta vince sul preconfezionamento. ‘Ink Stains & Incidents’, secondo full-length in curriculum, smentisce anche la diceria che vorrebbe un certo tipo di punk (soprattutto di matrice surf/skate) poco incisivo quando si esce dai confini californiani. I From Plan To Progress provengono da Brighton, UK, e mostrano di non avere niente da invidiare alle band statunitensi. Certo, dalla seconda metà del disco in poi l’attenzione comincia inevitabilmente a calare, ma la tripletta iniziale ‘Product Of The Past’/‘Detached’/‘MMV’ è da sballo.
(Flavio Ignelzi)

DANZIG
‘Deth Red Sabaoth’-CD
(AFM Records)

Riemerge dal profondo degli inferi (non poteva essere altrimenti) il nuovo Danzig, a sei anni dal precedente ‘Circle Of Snakes’, e la curiosità che lo avvolge è tanta, soprattutto per merito dei musicisti che accompagnano mister Anzalone: Tommy Victor (Prong, Ministry), Johnny Kelly (Type O Negative), Steve Zing (Samhain). Con una squadra del genere è uno scherzo da ragazzi riuscire a creare qualcosa di quantomeno dignitoso. Infatti ‘Deth Red Sabaoth’ è un buon platter, fatalmente retrò nel gusto sonoro, nel quale ognuno fa quello che sa fare meglio. Glenn Danzig è sempre quella luciferina combinazione di Jim Morrison ed Elvis Presley (anche se si percepisce che gli anni sono passati anche per lui), Victor taglia riff acuminati evitando opportunamente ogni deriva industrial (la lezione di ‘Blackacidevil’ è stata imparata, evidentemente) e le canzoni nuotano in quell’affascinante e sulfureo torrente di confine che scorre tra metal, blues e doom. Il singolo ‘On A Wicked Night’ è un efficace esempio di ciò che l’album riesce ad offrire, anche se il meglio arriva in concomitanza della Doors-oriented ‘Ju Ju Bone’ e della sabbathiana ‘Hammer Of The Gods’, per un album che permette di tenere di nuovo in conto il nome Danzig, non soltanto nei nostri ricordi in qualità di ex-Misfits.
(Flavio Ignelzi)

NEODEA
‘Teorema Del Delirio’-CD
(Black Fading/Action Directe)

C’è stato un momento (a metà anni novanta, più o meno) che in Italia si produceva rock duro cantato in madrelingua, ispirandosi al modello internazionale ma adeguandosi a dei canoni che potremmo definire quasi autoctoni. I Neodea sembrano essere guidati esattamente dalla stessa spinta artistica, e un disco come ‘Teorema Del Delirio’ ne rappresenta una sorta di concentrato. La cosa da capire, più che altro, è in quale punto preciso dell’intervallo artistico che va suppergiù dai Litfiba ai Marlene Kuntz si posizionano i nostri. Se volessimo affidarci alle nostre orecchie ed essere più precisi, potremmo dire che sembrano collocati tra i Timoria e i Ritmo Tribale, con qualche piccola caduta verso Piero Pelù e soci. Il modus operandi è quello del grunge di seconda o terza generazione, sempre anni novanta nella concezione, mai troppo complicato o aggressivo. La band milanese sembra possedere buone risorse, e se fa capolino qualche piccola ingenuità qua e là, può essere tranquillamente assolta in virtù del fatto che si tratta di un debutto e che c’è ancora tanto tempo per aggiustare e migliorare. Per i curiosi: ‘Violet’ è il pezzo più riuscito, a mio modesto avviso.
(Flavio Ignelzi)

THE HOT TODDIES
‘Get Your Heart On’-CD
(Asian Man Records)

Il disco fresco e vincente dell’estate 2010 potrebbe essere questo ‘Get Your Heart On’, secondo parto delle quattro ragassuole a nome The Hot Toddies, le quali piegano i comandamenti del beach/surf/doo-wop degli anni cinquanta/sessanta alle leziosaggini dell’indie-pop attuale, confezionando un disco che è matematicamente impossibile che non faccia breccia nei cuori di chiunque capiti a tiro. Non ci vorrebbe poi molto a farle esplodere nel music-biz: il ritornello ruffiano e sempliciotto di ‘Only With You’ ripetuto all’inverosimile dalle radio e dalle televisioni ed il gioco sarebbe fatto. A dirla tutta, in quest’album le cose più interessanti si ottengono quando le quattro femminucce di Oakland adattano i cliché più datati alle direttive di un suono moderno, come capita nelle iniziali ‘Ordinateur Ordinaire’ e ‘Max’s Mankini’ (probabilmente il meglio dell’album), contornandoli soprattutto di tanta ironia e buon gusto. Le suggestioni sono decisamente vintage, quindi, anche se i sentori si fanno spesso tarantiniani e quindi sufficientemente accessibili e soprattutto apprezzabili non soltanto dai nostalgici di quel sound, ma anche dagli amanti del rock in senso lato.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On July - 23 - 2010 ADD COMMENTS

BLACK LABEL SOCIETY
‘Order Of The Black’-CD
(Roadrunner/E1 Music)

Nutro una profonda ammirazione per quel barbuto figlio di buona donna di Zakk Wylde, e non può che suscitarmi immenso piacere ascoltare il ritorno della sua creatura prediletta Black Label Society con l’album numero otto in discografia. Registrato nel suo studio casalingo nuovo di zecca, ‘Order Of The Black’ si annuncia con la tagliente ‘Crazy Horse’, ottimo incipit in chiaro stile BLS, anche se il primo singolo ‘Parade Of The Dead’, il cui video già impazza un po’ ovunque, sarebbe stato un inizio ancor più dinamitardo e coinvolgente (ma si trova più avanti, in posizione numero tre). La cosa che colpisce di più dell’album è l’utilizzo frequente del pianoforte, cosa non insolita per la verità. Prima nella riflessiva ‘Darkest Days’, poi nella più vivace ma sempre morbida ‘Time Waits For No One’. Ora, non è che siamo proprio dei duri senza-cuore, ma a noi i Black Label Society piacciono molto di più quando pestano, tipo nella sabbathiana ‘Overlord’ o nella devastante ‘Godspeed Hellbound’ (con tanto di intermezzo acustico). Se proprio dobbiamo trovare un difetto a quest’album, quindi, è proprio l’essere orientato eccessivamente alla forma-canzone ballata, per una band che è diventata celebre grazie alle bordate zotiche e volgari. Ecco, questo è l’unico appunto che si può sollevare; per il resto godetevi ‘Order Of The Black’ senza remore.
(Flavio Ignelzi)

DELUDED BY LESBIANS
‘The Revolution Of Species’-CD
(New Model Label)

La caratteristica vincente dei Deluded By Lesbians (oltre ad un monicker esplosivo) è il non prendersi sul serio, facendo però le cose seriamente. Con la scusa di voler scazzare attraverso il suo rock duro ed ignorante (come sottolineato dal titolo dei due e.p. precedenti, ‘The Importance Of Being Ignorant’ e ‘The Ignorance Of Being Important’), il trio milanese imbastisce un album che è invece molto più profondo e ragionato di quanto si possa immaginare. Dietro una essenzialità che è solo superficiale, determinata dal suono slabbrato della chitarra o dalle ritmiche dinoccolate della batteria, scalpita una abilità di scrittura e di arrangiamento notevole: basta provare ad ascoltare i sei minuti e mezzo epici e tonanti di ‘Pompei’, o la ciondolante ‘Nobody Knows’. Inoltre, dietro i testi apparentemente scherzosi di ‘Don’t Laugh For Me Argentina’ (primo singolo) o ‘Ringo Starr’ striscia un sarcasmo particolarmente tagliente e disincantato. Si potrebbero tirare in ballo i Queens Of The Stone Age e i Weezer, i Turbonegro e i Fu Manchu, il punk e lo stoner, ma sarebbe solo un modo meno diretto per esprimere le ottime vibrazioni vintage che i Deluded By Lesbians riescono a trasmettere. P.S.: la versione “limited-artigianal” che ho la fortuna di possedere (copri-cd tovaglia-da-osteria + cd piatto-di-maccheroni) è semplicemente spettacolare.
(Flavio Ignelzi)

36 CRAZYFISTS
‘Collisions And Castaways’-CD
(Roadrunner/Ferret)

Usciti in piena epoca “nu-metal” (anche se hanno sempre posseduto in nuce tutte le caratteristiche tipiche di un sound dalla forte radice hc), i 36 Crazyfists sono riusciti a superare indenni molte stagioni, arrivando senza particolari scossoni al loro sedicesimo anno di attività ed al loro sesto album ufficiale. Un risultato raggiunto grazie alla capacità di bilanciare aggressività e melodia, alternative-rock più consono e metalcore/screamo più incazzato. Il qui presente ‘Collisions And Castaways’ in verità si presenta più duro del precedente ‘The Tide And Its Takers’, esaltato dalla produzione irreprensibile del chitarrista Steve Holt (affiancato da Andy Sneap al mix), con un gran lavoro di sezione ritmica che valorizza la dinamicità dei singoli pezzi. Il quartetto originario dell’Alaska non sembra intenzionato a rinnovare troppo un suono che è ormai stereotipo, svolgendo un lavoro dignitoso, ma privo di reali sussulti. Il debito nei confronti di un certo modo di comporre “nu” è lapalissiano (un esempio su tutti: la dipendenza Korn della inquietante ‘Caving In Spirals’), tanto che i 36 Crazyfists potrebbero raccogliere ottimi riscontri soprattutto all’interno dei nostalgici di quel suono.
(Flavio Ignelzi)

ZERO MENTALITY
‘Black Rock’-CD
(Let It Burn)

Inizia come un disco di rock alternativo un po’ più heavy del solito, questo ‘Black Rock’, terzo album in carriera per gli Zero Mentality, il primo con il marchio Let It Burn Records. E la cosa mi stupisce non poco, considerato che in passato il quintetto tedesco ha supportato i tour di band come Madball, Terror, Converge, Born From Pain. Roba tosta, insomma. Bisogna avere pazienza e arrivare alla traccia numero quattro, ‘Planet Der Affen’, per cominciare ad udire i primi squilli di tromba e la carica della cavalleria, la quale si può sintetizzare come un sano e robusto hardcore-metal vecchia scuola. Diciamo pure che si percepisce a orecchio nudo quanto la band si trovi maggiormente a suo agio con queste sonorità, mentre negli episodi precedenti (complice l’ugola monotona e la pronuncia inglese “teteska ti cermania” del cantante Ben Fink) sembrava che qualcosa non funzionasse. Così canzoni come ‘Electric Lips’ (scan-rock stradaiolo sulla scia degli Hardcore Superstar) o ‘Dead Ember’ (ballatona vagamente gothic con voce femminile) sembrano più che altro degli esperimenti non proprio riusciti di cambiare direzione musicale. Mi sa che c’è bisogno di rinnovamento in casa Zero Mentality.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On July - 16 - 2010 ADD COMMENTS

THE RATT
‘Infestation’-CD
(Roadrunner)

Chiarisco subito un concetto; questo è un bel disco non perché nel 2010 bisogna accontentarsi, no cari signori questo disco è un bel disco perché chi lo suona ci ha messo dentro tutta la classe e l’esperienza di cui dispone e tanta tanta voglia accumulata in anni di attese e fallimenti, consapevoli che forse questa era, è l’ultima chiamata per restare a fare musica di un certo livello. I losangelini Ratt “prime mover” della scena glam fin dal 1983 ci danno un disco che parte con il botto: ‘Eat Me Up Alive’ è posta lì in apertura giusto per catturare subito l’attenzione di chi ascolta, stupenda song tirata il giusto con una melodia e ritornello super azzeccati per non parlare dell’assolo, fosse uscita nei eighties sarebbe un super classicone; ‘Best Of Me’ è puro Ratt style all’ennesima potenza, Stephen Pearcy è magico nel cantare e la coppia di asce formata da Warren De Martini e Carlos Cavaso non prende prigionieri, il trittico iniziale si chiude con ‘A Little Too Much’ superba nel refrain e credetemi che forse è il migliore tris iniziale di sempre per i cinque roditori. Di notevole livello anche ‘Garden Of Eden’ e ‘As Good As It Gets’, giocano a fare i Van Halen alle chitarre in ‘Last Call’ altra song riuscita. Complimenti dunque ai Ratt che sono riusciti a fare un disco che restando legato ai canoni del genere si presenta con un suono moderno forse meno ruvido rispetto al passato ma che colpisce nel segno, LA DIFFERENZA rispetto al passato la fanno i membri del gruppo che non più divisi da lotte interne hanno ripreso a suonare e comporre come i vecchi anzi vecchissimi tempi; Stephen Pearcy tornato nella band offre sicuramente una prova di notevole spessore al canto ben coadiuvato da Warren De Martini e l’ex Quiet Riot Carlos Cavaso alle chitarre e dalla sezione ritmica formata da Bobby Blotzer alla batteria e da Robbie Crane al basso. Disco quindi che anche nella non eccesiva durata ricorda i bei tempi andati e che sicuramente farà felici i vecchi fans del genere che forse non si aspettavano una prova cosi convincente; io stesso ero piuttosto restio di fronte a questo nuovo disco, mi sono ricreduto ascoltandolo, l’ho trovato proprio godibile con canzoni davvero indovinate, il problema è che dischi come questi non godono più del dovuto supporto per risultare appetibili per un pubblico giovane, più propenso a orientarsi verso altre sonorità.
(X-Man)

PAPA ROACH
‘Metamorphosis’-CD
(Interscope)

I Papa Roach li conosciamo un po’ tutti. Per qualche tempo, più o meno subito dopo l’uscita di ‘Infested’, hanno spadroneggiato sulle copertine delle riviste specializzate (ed in cima alle classifiche di vendita) diventando ben presto l’esempio più paradigmatico di nu-metal per famiglie. Era l’anno del signore 2000 ed il genere stava esplodendo in tutta la sua potenza. Non ci volle molto (giusto un paio d’anni) perché quel carrozzone miliardario restasse in panne, e molte delle band che vi erano salite poco prima costrette a scendere e a spingere. Tra queste anche gli stessi Papa Roach, che inanellavano album poco significativi a ripetizione, tanto da essere costretti continuamente a riallacciarsi ai fasti del passato per tirare avanti. L’ultimo ‘Metamorphosis’ non fa eccezione, smentendo alla grande il titolo stesso, e presentandosi come un abile bilanciamento tra le inevitabili leccatine commerciali e qualche rara mazzata assestata come Dio comanda. Alla fine il risultato è moscio: qui dentro c’è rimasto ben poco metal, sostituito dal ben più redditizio rock-alternative, e tutto suona finto e freddo, a partire dal singolone ‘Hollywood Whore’. Trascurabile.
(Flavio Ignelzi)

COHEED AND CAMBRIA
‘Year Of The Black Rainbow’-CD
(Roadrunner)

Succede che la musica abbracci la letteratura. Succede anche che la letteratura sia il seme da cui la musica germoglia. Ma come? Nel corso dei secoli sono stati elaborati i modi più disparati per farlo, e questo tipo di modus operandi affascina ancora tanti artisti. Uno di questi è sicuramente lo scrittore Claudio Sanchez, cantante, chitarrista e deus ex machina del progetto Coheed And Cambria. Coheed e Cambria Kilgannon sono i personaggi da lui creati, le cui gesta vengono narrate contemporaneamente sia sui fumetti di Sanchez che sui dischi dei Coheed And Cambria. ‘Year Of The Black Rainbow’ è il loro quinto release, rappresenta un prequel delle quattro precedenti avventure vissute negli altri dischi/fumetti. L’album che deve chiudere l’intera storia. Non è questo però il luogo per parlare di letteratura, meglio discutere sulla musica dei quattro statunitensi, cioè quell’alternative rock di fine anni 90, potentemente venato di heavy metal, di space rock anni 70, di progressive sapientemente mescolata a piccole dosi di elettronica e qualche accenno di “cattiveria” punk rock. Una formula coraggiosa, che negli anni ha assicurato a questo combo l’attenzione che merita. Ma stavolta non basta. Gli accenni, i suoni, cosi come i refrain delle canzoni non colpiscono, non rapiscono l’ascoltatore. Sia chiaro, è facile carpire il possente lavoro di songwriting e di arrangiamento dei pezzi, ma il tutto risulta troppo “da manuale”. Sembra di ascoltare un malriuscito ibrido tra heavy metal e pop rock e la soglia d’attenzione cala subito dopo la quarta traccia, ‘Here We Are Juggernaut’ (uno degli episodi meglio riusciti dell’opera e secondo singolo estratto). Neanche la più elettronica e sperimentale ‘Far’ o la ballad acustica ‘Pearl Of The Stars’ risollevano questo lavoro, povero forse di nuove e concrete idee. La speranza è che Coheed e Cambria ritornino sulla scena con un’avventura nuova, accompagnata stavolta dalla musica di livello che il gruppo di Sanchez sa produrre.
(Diego Pani)

PERIPHERY
‘S/T’-CD
(Roadrunner)

Questo è un album di debutto davvero particolare. Arriva da una band che di strada ne ha già fatta tanta, pubblicando e distribuendo gratuitamente le proprie composizioni attraverso la rete, aprendosi al music business in maniera completamente nuova, senza pensare all’album come punto di partenza, ma come quello di arrivo dopo una gavetta fatta di canzoni e concerti, spesso in compagnia di grandi della scena metal mondiale come Lamb Of God e Darkest Hour. Chi sono? Si chiamano Periphery, vengono da Washington D.C e spaccano di brutto. Formato per volere del chitarrista Misha Mansoor, questo sestetto assesta un colpo dritto in faccia a tutti quelli che credono che generi come il progressive metal siano ormai morti. Attenzione, non pensate di trovare in questo disco ipertecniche cavalcate alla Dream Theater, non è questo il caso. In ‘Periphery’ il prog metal respira l’aria di altre scene parallele come quelle del metalcore cosi come del mathrock. Le canzoni sono consapevolmente composte per essere allo stesso tempo astruse e complesse ma di facile presa e memorizzazione: Mosh, cambi di tempo, stop and go sono uniti ad un lirismo accentuato e ad una tecnica sopraffina. Da ‘Insomnia’ a ‘Light’ i sei di Washington scoprono le carte in tavola che torneranno, in forma di assi nella manica, per tutto il disco. Batteria e basso in continuo movimento, chitarre possenti ma estremamente dettagliate, voce che agilmente alterna growl a melodico, e su tutto un tappeto di suoni elettronici, fredde modulazioni al sintetizzatore che velano questo disco di un alone futuristico, quasi fantascientifico. Questo disco vi colpirà subito, vi sarà facile memorizzarne i contenuti, dopo che gli stessi vi sorprenderanno.
(Diego Pani)

MELISSA AUF DER MAUR
‘Out Of Minds’-CD
(Roadrunner)

All’interno del tendone di quel circo chiamato rock’n'roll troviamo le più disparate personalità. Alcune di esse divengono subito protagoniste, vuoi per le “parentele”, per il look preciso o per la pittoresca vita privata, elevandosi su piedistalli di fama mondiale, diventando semi – dei dall’aspetto fiabesco, facendo i soldi, quelli veri. Spesso, accanto a queste personalità “blasonate”, c’è ne sono altrettante, che però operano per anni nell’ombra, che compiono la propria ricerca musicale in maniera maggiormente silenziosa, ma non per questo meno importante. Cosi potrebbe descriversi forse l’incipit della carriera di Melissa Auf Der Maur, storica bassista delle Hole che, esaurita l’esperienza con la band di Courtney Love, ha dato vita al proprio progetto solista, raccogliendo praticamente solo consensi grazie ad ottimo materiale in studio e a centinaia di concerti in giro per il mondo. La nostra Melissa è giunta ora al secondo disco. Questo ‘Out Of Minds’ arriva dopo l’esordio solista ‘Auf Der Maur’ e l’ep ‘This Would Be Paradise’ e ci mostra una musicista notevolmente cresciuta, che riesce ad incorporare nel proprio sound nuovi elementi senza però perdere quella irruenza e sfacciataggine rock’n'roll che ha contraddistinto la sua carriera fin dagli esordi con le Hole. Il disco si apre con un battito. Un cuore che batte e il suo ritmo, che lentamente si concretizza in musica, con un gioco di sovrapposizione di più parti strumentali e vocali che con l’opener ‘The Hunt’ funge da intro a questo lavoro che sorprende traccia dopo traccia. Grazie anche ad una produzione artistica “chirurgica”, ‘Out Of Minds’ si mostra camaleontico, contraddistinto da frequenti cambi di mood sempre legati all’imponente spinta ritmica data dai giri di basso della responsabile di questo progetto, che guidano e schiudono le canzoni di questo disco. Da momenti più pop si passa ad episodi concitati, eredi della tradizione indie/post punk degli anni 90 ed in cui si evince la passione di Melissa per gruppi quali Pavement e Smashing Pumpkings (gruppo in cui tra l’altro a militato ad inizio millennio). Un ulteriore richiamo alle passioni della bassista canadese e il featuring del mitico Glenn Danzing, che impreziosisce una criptica ‘Father’s Grave’ con la sua inconfondibile voce. Un disco completo, caparbio e capace sia di accontentare i numerosi fan di Melissa, che di attrarne di nuovi. Una gradita conferma.
(Diego Pani)

Reviews update

Posted by Salad Days On July - 6 - 2010 ADD COMMENTS

OZZY OSBOURNE
‘Scream’-CD
(Epic)

Non è così brutto come lo si dipinge, quest’ultimo Ozzy. Cioè, tenete conto del fatto che sono particolarmente affezionato all’operato del vecchio (e ormai rincoglionito) madman, soprattutto di quanto realizzato ai tempi-che-furono coi Black Sabbath, però questo ‘Scream’ suona potente e gagliardo, ma anche abbastanza allineato e standardizzato. Colpa del chitarrista Gus G. (Firewind, Dream Evil, Mystic Prophecy), probabilmente, che ha sostituito alla sei-corde il barbuto Zakk Wylde interrompendo una collaborazione che durava da un casino di anni. Un chitarrista forse che pecca in autorità, facilmente malleabile (scelto proprio per questo?), tanto che il sound è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al recente passato, con le canzoni di questo disco che potevano tranquillamente essere contenute nel precedente ‘Black Rain’ e nessuno se ne sarebbe meravigliato. L’album comunque ha i suoi momenti di slancio, come ‘Let Me Hear You Scream’ o ‘Life Won’t Wait’, anche se il sottoscritto continua a prediligere la prospettiva doomy, tipo la massiccia ‘Soul Sucker’. Alla fine non cambia nulla: chi lo ama continuerà ad amarlo, chi lo critica continuerà a criticarlo, chi lo compra continuerà a comprarlo.
(Flavio Ignelzi)

ANARBOR
‘The Words You Don’t Swallow’-CD
(Hopeless/Rude)

Li avevamo lasciati con l’e.p. ‘Free Your Mind’ di qualche mese fa, e le cose non sono cambiate per nulla in questo lasso di tempo. Gli Anarbor rilasciano adesso il full-length ‘The Words You Don’t Swallow’ che prosegue sulla strada di un rock leggero che si pone a metà via tra il pop-punk e l’emo, qualcosa che le classifiche di vendita richiedono a gran voce, anche se il trend è in netta attenuazione. Il quartetto di Phoenix (Arizona) ci sa fare, questo bisogna riconoscerlo, anche se il genere patinato in cui si sono infilati li lascerà a secco di elogi da parte della critica colta. D’altronde è chiaro come il sole che la band ha come obiettivo primario quello di vendere alle generazioni più giovani, con melodie sfacciate e coretti sdolcinati che difficilmente faranno breccia nelle menti di un ascoltatore un po’ più rodato. Ciò non toglie che all’interno dell’album facciano capolino una serie di idee che molti gruppi dello stesso tipo possono semplicemente sognarsi. Nascono così canzoni come ‘Contagious’ o ‘Let The Games Begin’ che, nel loro genere, sono abbastanza efficaci. Comunque dureranno una stagione, verosimilmente, e ce li scorderemo con l’arrivo dell’autunno.
(Flavio Ignelzi)

REFUSE RESIST
‘Socialized’-CD
(I Scream)

Non c’è dubbio che in questo caso, tirare in ballo il Boston Hardcore, ci sta tutto. I Refuse Resist, infatti, oltre ad avere le giuste provenienze geografiche (diremo genericamente Massachusetts), sembrano ispirarsi anche alle band storiche della zona, come i Slapshot (principalmente). Non è un caso, a questo punto, che l’ex chitarrista della succitata band, Steve Risteen, abbia collaborato al disco, così come pure il bassista Mark Powers proveniente dai conterranei Welch Boys. Questi contributi devono aver segnato in maniera determinante il sound dei Refuse Resist, che si esibiscono in un concentrato poco innovativo (per usare un eufemismo) di hardcore/punk old-school, con il cantante che non fa misteri a nascondere le proprie ascendenze stilistiche e attitudinali. Il risultato è naturalmente una serie di bordate inarrestabili, che rallenta solo in occasione di ‘What Is Right’, e che lasciano poco spazio alle variazioni. Se amate questo tipo di soluzioni sonore, quindi, fatevi avanti senza remore, troverete pane per i vostri denti. Se invece cercate anche altro da un album di hc, potete tranquillamente soprassedere. Vi annoiereste un po’, con questo ‘Socialized’.
(Flavio Ignelzi)

STRENGTH APPROACH
‘Stand Your Ground’-CD
(Countdown)

‘Stand Your Ground’ contiene solo quattro brani, ma sono più che sufficienti a far comprendere con chi abbiamo a che fare: la veemenza che prorompe dalle casse, infatti, tradisce anni di esperienza (gli Strength Approach sono attivi dal 1996) e una ferma e solida determinazione. Sebbene il loro hardcore di vecchia scuola sia facilmente riconducibile ai grandi monumenti del genere, tipo Agnostic Front, Sick Of It All, Cro-Mags (con molti dei quali, giusto per inciso, la band ha condiviso il palco), non ci sono scarti generazionali che pongono il gruppo romano in una posizione di inferiorità. La rabbia e l’aggressività è la medesima, non c’è dubbio. Certo, di originalità non ce n’è nemmeno l’ombra, ma si dovrebbe sapere che un prodotto come questo è indirizzato principalmente agli appassionati duri e puri, quelli che ascoltato roba della vecchia scuola newyorchese, che si spingono fino al thrash degli Anthrax, e che prediligono l’istinto e l’impatto alle altre caratteristiche di genere. Ottimo il lavoro di registrazione/masterizzazione presso gli Temple Of Noise Studios di Roma, per uno stuzzicante antipasto in vista del prossimo, imminente, nuovo album.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On July - 1 - 2010 ADD COMMENTS

RAMMING SPEED
‘Brainwreck’-CD
(Candlelight)

C’è una folta schiera di appassionati che segue ancora con entusiasmo le gesta delle nuove band thrash-metal, di quello ortodosso e fedele alla linea “anni ottanta”, senza tendenze modaiole e influssi troppo moderni. I Ramming Speed provengono da Boston (Massachusetts) e si inseriscono senza mezzi termini in questo filone, proponendo una efficace mistura della Bay Area degli esordi (Exodus, Death Angel, Testament) e della scena newyorchese (Anthrax, Nuclear Assault), con i tipici slanci crossover/hardcore di gruppi come S.O.D. o D.R.I., raggiungendo un risultato che non si discosta troppo dall’operato dei vari Municipal Waste e Toxic Holocaust. Persino l’iconografia è simile, e strizza l’occhio alla ruvidezza e all’ingenuità dei fantastici eighties. ‘Brainwreck’, in una mezz’oretta circa, allinea tutti i luoghi comuni del caso, innervandoli di crust e grind dove necessario, e deflagrando in una sequenza di pezzi violenti e divertenti senza pretese di originalità. Niente altro da aggiungere, quindi, se non che la vecchia scuola continua a fare proseliti, e non mi sento di criticare una produzione che suona grezza ed ignorante come deve essere.
(Flavio Ignelzi)

UTOPIA NOW
‘Man In The Mirror’-CD
(Indipendent)

Sarà che le somiglianze sono davvero palesi, ma gli stessi Utopia Now non hanno il minimo problema a manifestare la loro devozione nei confronti dei Bad Religion. Potremmo definirli la miglior cover-band europea della formazione di Brett Gurewitz (gli Utopia Now provengono dalla Germania), se i loro brani non fossero inediti, e soprattutto se non fossero opera di una sola persona, il cantante Stephen Serowy, unico sopravvissuto dallo scioglimento della band del 2007, il quale si cimenta in questo ‘Man In The Mirror’ con tutti gli strumenti. Il risultato, manco a dirlo, ricalca gli stereotipi del classico punk californiano anni novanta e procede spedito e melodico per tutta la durata del disco. Il quale si prolunga per diciassette tracce, si fa ascoltare che è un piacere, e (miracolosamente) non presenta cedimenti di sorta. La cosa da sottolineare assolutamente, ancora, è la scelta di rendere disponibile il disco sul web in forma gratuita. Scaricatelo, non fatevelo scappare, insomma, ma vi esorto anche a donare qualche euro alla causa: non è facile al giorno d’oggi campare componendo e suonando punk.
(Flavio Ignelzi)

Rummer And Grapes
‘Every Damned Friday’-CD
(New Model Label)

Un po’ ruffiani lo sono, i Rummer And Grapes, e lo si capisce da brani come ‘Why’ o ‘Stay’, in cui riaffiorano collegamenti mal sopiti a Cranberries e Placebo, per uno stile che è inevitabilmente e totalmente british (anche nell’immaginario ostentato da copertina e titoli). Non è un caso, quindi, che il monicker della band provenga dal nome di un antico pub londinese che ospitava logge massoniche. I quattro componenti del gruppo, invece, arrivano da Terni e sfruttano poco l’ugola sbarazzina della cantante Simona Cioccoloni, la quale soffre un po’ troppo la scelta di un mixaggio che non la pone mai in autentica evidenza. Infatti dobbiamo aspettare la traccia numero sei, la intima e delicata ‘My Princess Anna’, per potercela gustare a pieno. A completare il quadro anche qualche sparuto sussulto post-punk (‘Room On Fire’), che ripiega per comodità su soluzioni disinvolte, vicine alla lezione di formazioni trendy come i Franz Ferdinand (‘Inauspicious Love’). Comunque, nel suo genere, la formazione umbra se la batte bene, e se siete amanti di rock alternativo spruzzato di wave facilmente gradirete le melodie invitanti contenute in questo ‘Every Damned Friday’.
(Flavio Ignelzi)

UMA
‘Veleno’-CD
(Black Fading)

Se siete nati e cresciuti con il rock italiano degli anni novanta, quello di Afterhours e Timoria, non potrà non piacervi questo ‘Veleno’, debutto sulla lunga distanza per gli UMA. In verità la band emiliana si aggira con maggior cognizione di causa dalle parti dei Marlene Kuntz meno ostici, o dei succedanei Petrol (soprattutto per la tipologia di arrangiamento dei brani), con un po’ della carica proto-punk e proto-grunge di Estra e Malfunk. Con delle coordinate sonore tanto dettagliate, mi rendo conto che non resti molto altro da dire. Se non che il vocalist Cristian Ceccardi canta come una versione maschile di Fiorella Mannoia (e non lo sto prendendo per il culo, ma è una constatazione positiva), raggiungendo in alcuni momenti la liricità etnica di Serj Tankian dei System Of A Down (tipo nell’arrembante ‘Effetto Serra’). La produzione di Cristiano Santini (Disciplinatha) e la masterizzazione di Francesco Donadello (Giardini Di Mirò) garantiscono un risultato eccellente, per un disco che lascerà soddisfatti soprattutto chi conserva, nella propria collezione, gli album delle band citate sopra. Per i curiosi, ‘Ombra e Ruggine’ è la mia track preferita.
(Flavio Ignelzi)

Reviews update

Posted by Salad Days On June - 22 - 2010 ADD COMMENTS

PARKWAY DRIVE
‘Deep Blue’-CD
(Resist/Epitaph)

Da quella che è considerata la band di punta dell’attuale movimento metal-core australiano, c’erano da attendersi non meno che grandi cose. Il nuovo ‘Deep Blue’ invece perplime alquanto: ogni tanto colpisce, non c’è dubbio, con una bordata o un passaggio o una trovata poco meno che geniale. Poi si inceppa, anche a lungo, o tergiversa in matrici conosciute (le solite derivazioni swedish-death) per quanto eseguite in maniera inappuntabile, ma comunque vien voglia di abbandonare l’ascolto, proprio nel momento in cui colpisce nuovamente, con un’altra soluzione degna di nota. E’ altalenante, insomma, questo nuovo Parkway Drive. Volendo essere cattivi, non si capisce bene perché i cinque canguri suscitino tanta attenzione da parte della stampa: ce ne sono a quintalate di band come loro, ed alcune appaiono molto più in forma: tipo As I Lay Dying o August Burns Red, act molto simili nell’impostazione sonora. E se provassimo ad esaminare il catalogo di qualche etichetta tipo Victory, o Solid State, o la stessa Epitaph, ne troveremmo molte altre a questi livelli, e magari sconosciute ai più. Quindi, nonostante il polverone mediatico sollevato, ‘Deep Blue’ si posiziona al di sotto delle attese.
(Flavio Ignelzi)

CHEMICAL BROTHERS
‘Further’-CD
(Virgin)

Il rischio era di partire prevenuti, cioè di criticarlo ancor prima di ascoltarlo, perché il precedente ‘We Are The Night’ aveva deluso un bel po’ di gente. Fa piacere, invece, scoprire un disco di valore, che attinge inevitabilmente dagli anni novanta quanto ad ispirazione e modus operandi, ma che non cade mai nel citazionismo più gratuito. ‘Further’ scandaglia molte modalità di declinazione del suono elettronico, partendo dai fondamentali Kraftwerk (‘Snow’), girando in zona harsh-techno (la sferzante ‘Horse Power’, quasi a voler rispondere a tutti coloro i quali chiedevano a gran voce una nuova ‘Hey Girl, Hey Boy?’) fino al chitarrismo rockettaro che sembra scippato a un The Edge qualunque di ‘Dissolve’. Big beat dance, electro-pop d’annata, cassa quadrata a martello, psichedelica spicciola: tutto viene masticato e risputato dal duo britannico seguendo la loro personale prospettiva, che è ormai collaudata visione, per un album che appare solido, nonché coinvolgente tanto da garantirsi una ragguardevole longevità d’ascolto. E tanto che viene da chiedersi come avremmo fatto a superare l’estate indenni senza i ritmi trascinanti di questo ‘Further’.
(Flavio Ignelzi)

LACTIS FEVER
‘The Season We Met’-CD
(Tubular)

Non è un portento di innovazione, questo ‘The Season We Met’, disco di debutto dei comaschi Lactis Fever, ma sfoggia tanti piccoli dettagli che ne fanno un lavoro di indubbia qualità. Siamo in pieno territorio indie, dunque, anche se nella storpiatura mainstream del termine, cioè dalle parti di Killers o Arctic Monkeys (che, bisogna riconoscerlo, proprio indie-indie non lo sono). Canzoncine ritmate ma delicate, che posseggono quella giusta trascuratezza nordica, tipo la barba incolta di tre giorni o la camicia fuori dai pantaloni, ma priva di banali melodismi. Accade così che i brani impieghino un po’ più tempo a venire a galla, anche se ciò contribuisce a costruire un’immagine curata, persino sofisticata e piuttosto solida. Non c’è un vero tormentone immediatamente riconoscibile come tale, di quelli che potrebbero torturarci tutta l’estate sotto l’ombrellone, ma il ritmo saltellante di molti pezzi scava un solco nella memoria che potrebbe preservarsi nel tempo. Forse la monotematicità fa perdere qualche punto al giudizio globale, ma non è difficile per canzoni come ‘Run!’ o ‘Seven O’Clock’ garantirsi contemporaneamente il prefisso “pop” e la palma di “bella canzone rock”.
(Flavio Ignelzi)

RISE FROM THE AGONY
‘Shadows And Ghosts’-CD
(Epidemic/Pitfall)

E’ dura oggigiorno costruire un qualcosa di innovativo in ambito metal-core: la materia pare essere abusata e sembra che tutto sia già stato sviscerato in ogni sua forma. Nonostante ciò, vagonate di band continuano indefesse a dedicarsi al genere (perché, diciamolo, vende ancora bene), ed è complicato riuscire a separare la roba interessante dalla tanta fuffa. In mezzo a centinaia di dischi tutti uguali ed essenzialmente inutili capita così di trovare, sempre più raramente a dire la verità, il gioiellino che ti fa divertire. Nel caso particolare, il gioiellino si chiama ‘Shadows And Ghosts’, è opera dei giovani abruzzesi Rise From The Agony i quali, seppur fortemente ancorati agli stereotipi del genere, riescono in ogni caso a vivere di luce propria grazie alla passione violenta che viene profusa nelle singole composizioni. Brani veloci, tecnici e devastanti, che fanno sfoggio di una capacità compositiva non proprio comune, vanno a comporre un mosaico estremamente interessante nel quale vengono chiamati in causa i gruppi metal-core primigeni come Integrity o Strife. L’album picchia duro, non cede a compromessi e dimostra che a volte l’impeto profuso riesce a sopperire (almeno in parte) all’originalità. Promossi.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On June - 15 - 2010 ADD COMMENTS

RED CAR BURNS
‘The Roots And The Ruins’-CD
(No Reason)

Non è semplice riuscire a comprimere in uno spazio ridottissimo (in una durata che è quasi da e.p.) l’irruenza del post-punk con la vocazione “emo” primigenia, quella di band come Hot Water Music e Samiam, il tutto reso con un linguaggio frizzante ed attuale, rifuggendo da tentazioni modaiole o eccessivamente autoriali. I Red Car Burns, che qualcuno potrebbe ricordare con il vecchio monicker The Genitalz o per il disco precedente ‘Where Everything Seem To Be In Silence’ (2006), ci sono riusciti. Gli ingredienti che caratterizzano il nuovo ‘The Roots And The Ruins’ sono ben definiti: stacchi feroci, velocità fulminante e tanta melodia, il tutto curato con grande senso del ritmo e padronanza del mezzo espressivo. In pratica un punk che ha perso buona parte delle sue caratteristiche di essenzialità (la quale spesso viene confusa con la sciatteria), ma non l’immediatezza tipica del genere, fregiandosi anche di passaggi non proprio banali. Potremmo definirlo “orgcore”, se quest’etichetta avesse un senso e una definizione precisa. Sta di fatto che l’operato del quartetto lodigiano è meritevole, conquista senza strafare, con un sound che mancava in un panorama musicale sempre più standardizzato ed omologato.
(Flavio Ignelzi)

AGAINST ME!
‘White Crosses’-CD
(Sire/Warner)

Qualcosa è cambiato negli Against Me! e non è certo lo stile musicale. L’etichetta major per la quale escono già dal precedente ‘New Wave’ è rimasta la stessa (Sire/Warner), così come il produttore, l’infallibile Butch Vig (Nirvana, Smashing Pumpkins, Green Day). D’altro canto è sicuramente cambiato il batterista (fuori Warren Oakes e dentro George Rebelo, ex Hot Water Music), ma non è un cambiamento tale da giustificare svolte sostanziali. I mutamenti di cui parliamo sono di atteggiamento: sembra che la band di Gainesville si sia limitata a viaggiare più o meno con il pilota automatico. ‘White Crosses’ non sorprende e ci presenta i musicisti floridiani esattamente nella loro forma più prevedibile: dieci canzoni folk-punk, ora più violente, ora più commestibili, che scorrono tra attacchi all’arma bianca, qualche litania più tradizionalmente a stelle e strisce, e tanti pattern sonori conosciuti. Tutto sufficientemente ispirato, ben congegnato, essenzialmente già sentito. Ci piacciono sempre, gli Against Me!? Ma certo che ci piacciono ancora, soprattutto perché la forma, rispetto al disco precedente, è rimasta immutata. Però ci piacevano di più quando erano indipendenti.
(Flavio Ignelzi)

BULLET FOR MY VALENTINE
‘Fever’-CD
(Sony)

Probabilmente mi attirerò le ire di molti di voi, ma questo ultimo Bullet For My Valentine non è proprio una ciofeca inascoltabile. Come ogni produzione di Don Gilmore (Linkin Park in primis, ma anche Good Charlotte, Avril Lavigne, Dashboard Confessional) la prospettiva adolescenziale ha la sua sostanziale rilevanza, e le canzoni del disco funzionano innanzitutto sotto l’aspetto squisitamente radiofonico. La parola d’ordine è compromesso, nel senso più commerciale del termine. In questo caso l’arcano si risolve nel trovare il giusto punto d’incontro tra l’irruenza metal-core e le smancerie teen-oriented. Con ‘Fever’ l’obiettivo viene centrato quasi in pieno. La band di origine gallese è brava nello scrivere brani che posseggono delle buone strutture musicali, arrangiati con puntigliosità in ogni minimo dettaglio, anche se si evidenzia sempre un deficit ormai incolmabile dal punto di vista lirico (testi realmente insulsi). Ne viene fuori un album che parte alla grande (ottima la tripletta iniziale) e si ammoscia col passare dei minuti. Insomma, un album che presenta delle buone cose e che tocca il punto più basso con le indispensabili (per il mercato) nonché sterili ballad.
(Flavio Ignelzi)

HEMOGLOBINA
‘Era Of The 5th Sun’-CD
(Black Fading)

Se solo fosse uscito una ventina d’anni fa, questo debutto degli Hemoglobina sarebbe entrato (a ragion veduta) nell’olimpo delle produzioni heavy-rock da avere assolutamente. “Buy or die”, come si diceva una volta. Cioè, vi ricordate quanta roba insipida è stata esaltata solo perché ricordava un po’ i Black Sabbath e un po’ i Deep Purple? Tanta, nevvero? Non è che ci si accontentasse di poco, che si fosse di bocca buona. E’ che col senno di poi tutto risulta più facile, anche accorgersi che molti dischi grunge, stoner et similia non possedevano lo spessore di Soundgarden o Corrosion Of Conformity. Proprio in questo stesso ambito musicale si inseriscono gli Hemoglobina. La band bolognese ci sa fare davvero: le canzoni di ‘Era Of The 5th Sun’ rombano cariche e pressanti. Voci maschie (ottima la prova di Francesco “Il Biondo” Grandi), ritmiche solenni, chitarre sferzanti. ‘Day By Day’ e ‘Prison Of Your Pain’ sono già sopra la media, ma è ‘Abuse The Sky Above’ il vero colpo da maestro. Il pezzo che Chris Cornell non riesce più a scrivere da anni. Non è roba alla moda, questo è certo, ma non sarà difficile farsi conquistare dal fascino roccioso di queste canzoni sanguigne (in tutti i sensi).
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On June - 8 - 2010 ADD COMMENTS

AIRWAY
‘Respira’-CD
(Rude)

La Rude Records può permettersi di sfoggiare un catalogo molto ampio, nel quale convivono gruppi che bastonano di brutto e proposte decisamente più commerciali e fruibili al grande pubblico. A quanto pare gli Airway appartengono a quest’ultima tipologia. Più precisamente la band di Treviso pare essere intenzionata a rubare il posto di primadonna ai Finley (con i quali persistono molte affinità, soprattutto adesso che anche gli Airway hanno adottato il cantato in italiano) e ai Vanilla Sky (con i quali, casualmente, condividono l’ottima performance produttiva firmata Daniele Brian Autore). ‘Respira’ è certamente un prodotto indirizzato ad un pubblico molto giovane, e gli strumenti per impressionare quel target sono sfruttati tutti, dal primo all’ultimo: orecchiabilità a livelli di guardia, sensibilità emo (un po’ plasticosa), suoni modaioli, taglio di capelli perfetto per ognuno dei membri della band. Sicuramente vi capiterà di beccare il loro video se bazzicate Mtv, Deejay tv o Rock tv, ma per il sottoscritto, che ha smesso di guardare quella roba da qualche secolo, è già molto che mi sia ascoltato il cd un paio di volte per scrivere questi quattro righi. Perlomeno adesso, se lo volete acquistare, sapete cosa vi ritroverete tra le mani.
(Flavio Ignelzi)

ETERNAL HATED
‘Secrets’-CD
(WAK Records)

L’accostamento a band come As I Lay Dying, Killswitch Engage e Evergreen Terrace è abbastanza appropriato, anche se io ci aggiungerei pure Raised Fist e primi Snapcase. Naturalmente parliamo di stile, non certo di qualità. Per quella, i greci Eternal Hated se la battono con coraggio e buona volontà, concependo un album di debutto che fa della brutalità e di qualche (obbligatorio) sprazzo melodico (ad esempio l’inizio di ‘Heartless’) il proprio tratto distintivo: dieci pezzi (più ghost-track acustica) costruiti su groove spessi e detonanti, palm-muting atterranti, vocals raschiate e qualche breve intermezzo pulito, rallenty monumentali, ripartenze death. Si percepisce l’influenza scandinava così come quella a stelle e strisce, per una proposta che gioca molto sull’impatto e poco sull’originalità. Non c’è dubbio che la ottima produzione fa buona parte del lavoro sporco, cercando di nascondere i tanti pattern sonori risaputi, alzando il volume e amplificando la violenza sprigionata dal quartetto ellenico. Questo ‘Secrets’ non si piazza ai primi posti dell’aristocrazia metal-core, questo è abbastanza chiaro, ma mostra ben pochi difetti, soprattutto se si considera che si tratta di un esordio.
(Flavio Ignelzi)

L’UOMO DI VETRO
‘38° Parallelo’-CD
(I Dischi Del Minollo)

Col titolo del primo disco ci auguravano ‘A Merry Christmas’. Oggi ci dipingono scenari storici e temi di politica estera. Non che ci si possano rilevare aromi di musica orientale (il ‘38° Parallelo’ divide la Corea del Nord da quella del Sud) nei solchi sonori de L’Uomo Di Vetro, perché le direttive della band umbra restano sempre quelle di un post-rock strumentale fortemente imparentato con la scena omologa internazionale (Mogwai, God Speed You Black Emperor) nonché italiana (Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo, Giardini Di Mirò). Contraddistinto da un sound sanguigno, frutto della registrazione forzatamente analogica, e da tante citazioni cinematografiche, l’album è in realtà più sottile ed arguto di quanto non sembri ad un primo ascolto, non circoscrivendo le proprie visioni soltanto ai movimenti fragili propri del genere, ma giocando pure con ritmiche più articolate (‘Smog’) o quasi, e dico quasi, ballabili (‘Tecno-Bells & Funeral Party’). Rock cinematico, suono circolare, passaggi chirurgici, spigoli geometrici, tinte crepuscolari: tutta materia che soltanto il vero talento è in grado di gestire e sfumare. Era dall’ultimo Ronin che non restavo affascinato così tanto da un progetto post-rock.
(Flavio Ignelzi)

NO BLAME
‘Burning The Blindfolds’-CD
(Life Burns)

Se ci si limitasse all’ascolto della ballatona ‘Seasons’, con violoncello e voce femminile, li si potrebbe scambiare per l’ultima novità mainstream di una qualche major, pronta a fare il botto in heavy-rotation su Mtv. La band barese si cimenta con un genere che senza dubbio è molto trendy, cioè uno screamo che spesso lascia posto all’hardcore melodico più puro (il riffing serrato della title-track, ad esempio). Non ci sono particolari obiezioni da sollevare sull’operato del quintetto pugliese, se non quello fondamentale dell’originalità: il suono della band infatti si allinea spudoratamente a quello più modaiolo, senza aggiungere grandi invenzioni. In tal modo i No Blame finiscono per essere niente altro che un buon gruppo di settore. Insomma, meglio la smaccata piacioneria acoustic-emo di ‘Always To The Core’, o l’ortodossia cali-punk della title-track, piuttosto che i suoni strasentiti di una ‘While Your World’s Frail’ (soprattutto le due voci scream/clean: basta, non se ne può più). Essendo una band con capacità tecniche e compositive innegabili (come dimostrato comunque in questo ‘Burning The Blindfolds’), mi aspetto cose ben più interessanti da loro nei prossimi dischi.
(Flavio Ignelzi)

MUTINY WHITIN
‘Mutiny Whitin’-CD
(Roadrunner)

Con una copertina che sembra ispirata ad uno sparatutto 3D iperfantascentifico, il self titled dei Mutiny Within da benvenuto in casa Roadrunner per la band del New Jersey.
Rimango piacevolmente spiazzato. Dall’opener ‘Awake’ il sestetto inanella gli stilemi propri delle diverse scene metal a cavallo tra i due secoli. Progressive, death, metalcore di ultima generazione. I tecnicismi ritmici più avanzati degli ultimi anni si contrappongono ai soli supersonici tanto cari all’heavy metal. I rimandi alle più disparate band dell’olimpo del metallo sono continui e suonano però personalissimi, quasi fossero un tributo. La band inventa un marchio di fabbrica mescolando con perizia riff, scale, lunghe cavalcate in sella al doppio pedale. Sono giovani i Mutiny Within, ma hanno lavorato sodo: hanno suonato dappertutto, pensato e raggiunto una formazione di “livello”, scovando un cantante addirittura in Inghilterra. E Chris Clancy (ex With Intent) rasenta davvero la perfezione: duttile, virtuoso, potente quanto basta, non esagera mai con le note alte pur mostrando un’estensione incredibile. Assieme a lui basso, batteria e chitarre costruiscono architetture ritmico – melodico ineccepibili, che le tastiere impreziosiscono senza appesantire. E’ questo un disco pieno d’anthem: la già nominata ‘Awake’, ma anche ‘Images’, ‘Forsaken’, ‘Undone’, tutte canzoni che entrano prepotentemente in testa anche all’ascoltatore meno avvezzo a simili suoni. Roadrunner ha scommesso su un altro giovane talento. Ed ha vinto.
(Diego Pani)

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Posted by Salad Days On May - 30 - 2010 ADD COMMENTS

FIVE IRON FRENZY
‘The Rise And Fall Of Five Iron Frenzy’-DVD
(Asian Man Records)

Alzi la mano chi conosce i Five Iron Frenzy. Immagino siate in pochi e francamente non poteva essere altrimenti. Formata a Denver nel 1995, la band ha vissuto sulla propria pelle e in maniera del tutto singolare il momento di massimo splendore dello ska, che in quegli anni iniziava a imperversare nelle charts. A differenza della maggior parte dei gruppi appartenenti al genere questa band aveva una peculiarità, ossia quella di prediligere temi religiosi nei propri testi preferendo quindi il cristianesimo a facili slogan adolescenziali e di divertimento. Una scelta coraggiosa (verrebbe quasi da definirli i cugini sfigati degli Underoath) che però non ha premiato i nostri, che fuori dagli States (e forse nemmeno lì) si sono spinti ben poche volte e di successo riscosso beh… meglio cambiar discorso per evitare imbarazzi! Scioltisi nel 2003, i nostri si sono dati a nuove esperienze musicali, riuscendo nuovamente a passare nell’anonimato e a far susseguire le voci che volevano una reunion (!!!) dei F.I.F. Bene, dopo questo riassunto storico ecco ‘The Rise And Fall Of Five Iron Frenzy’, doppio DVD documentario che ripercorre le gesta dei nostri attraverso spezzoni live e interviste fiume che sinceramente a parte i fan non so a chi altro potrebbero interessare. La registrazione low-cost e la scadente qualità audio rende ancor più ostico l’approccio del prodotto, mostrandoci comunque una band abbastanza carente sia dal punto di vista tecnico che di tenuta di palco se confrontata con nomi come Mad Caddies o gli spagnoli Ska-P per intenderci. A dar manforte alla produzione ci pensano i soliti extra, ossia foto d’epoca e video ufficiali che, purtroppo, non riescono ad alzare l’indice di gradimento di questo (inutile) DVD.
(Pietros “True Blood” Fasty)

TRASH TALK
‘Eyes & Nines’-CD
(Hassle/Rude)

In un periodo in cui l’ignoranza sonora iniziava a latitare, ecco i Trash Talk a ricordarci come una vera hardcore punk band dovrebbe suonare veramente. Niente produttori di fama mondiale capaci di rendere un manipolo di ubriaconi da bar in guitar heroes, niente guest da urlo e brani da scaricare come suonerie per i cellulari, qui tutto suona al contrario di come case discografiche e media ci hanno abituato e credetemi, il risultato piace, e tanto! ‘Eyes & Nines’ è una scheggia impazzita di diciotto minuti, qualcosa che potrebbe indurre alcuni di voi a pensare che sia tutta una fregatura e forse, in fondo, potreste avere anche ragione. Perché ai Trash Talk non si può chiedere niente di più di tutto ciò, tanto buon rumore sparato fuori dalle casse a volumi folli e una serie di grida nevrotiche buttate lì a render ancor più malsano e maligno questi poco rassicuranti scenari. L’idea di trovarsi di fronte a dei mostri da palco si fa sempre più chiara brano dopo brano, caratteristica che porta alla voglia sfrenata di trovarseli di fronte dal vivo in qualche sudicio squat. Follia? Chiamatela pure così, ma questa band e questo disco sono per attitudine, violenza e idee il meglio di questo 2010.
(Eros Pasi)

HEAVEN SHALL BURN
‘Invictus’-CD
(Century Media/Emi)

Terzo e ultimo atto legato al progetto Iconoclast, ‘Invictus’ è forse la produzione più sperimentale e coraggiosa finora partorita dal combo tedesco. Il loro modo di interpretare la parola metal (perché definirli semplicemente metalcore sarebbe riduttivo) si è fatto ancor più ricco di elementi esterni e groove, elemento questo che rende ogni brano una vera bomba ad orologeria. Confrontando questo nuovo capitolo coi suoi predecessori un grosso punto a favore è l’ottima amalgamatura tra i brani presenti nella tracklist, in ‘Invictus’ tutto scorre via con una naturalezza disarmante grazie a brani estremi ma con quel tocco catchy che non guasta mai all’ascolto. Novità dicevamo: la prima è sicuramente quella che potrebbe far storcere il naso ai puristi del genere, ossia l’uso di parti electro che come nel caso di ‘Combat’ riescono nell’intento di dare ossigeno a composizioni tirate come sempre al limite. Altra grossa sorpresa – ma questa volta in negativo – è la presenza di un brano talmente atipico da risultare completamente fuori posto in un lavoro degli Heaven Shall Burn quale ‘Given In Death’, una specie di ballatona mal riuscita dove la presenza nella parte vocale di Sabine Weniger dei Deadlock non riesce nell’intento di creare l’effetto sorpresa tanto cercato. Ma a dei maestri come loro si può perdonare tutto, compreso un siparietto tutt’altro che consono al loro stile come questo. Ancora una volta la loro supremazia in territorio alternative metal teutonico ed europeo è più che evidente e intatta, facendo fare a gruppi mediocri come i Caliban la solita figura di eterni secondi.
(Eros Pasi)

WHITECHAPEL
‘A New Era Of Corruption’-CD
(Metal Blade)

Metal Blade dopo alcune annate passate in sordina sembra essersi resa conto che per tener testa alla crisi del mercato discografico bisogna per forza fare i conti con le nuove tendenze. Da qualche tempo il trend si chiama deathcore ed ecco allora che la casa discografica losangelina non si è fatta attendere andandosi a prendere due big del settore, Job For A Cowboy e Whitechapel. Parlando proprio di questi ultimi eccoci di fronte al loro secondo lavoro, intitolato ‘A New Era Of Corruption’ e un bel passo in avanti rispetto al debutto ‘This Is Exile’. Nel nuovo episodio a colpire è soprattutto la solidità dei pezzi – tra i più vari finora scritti dal combo – e dal groove possente grazie anche all’ottimo lavoro svolto al mixer. Diversi i generi trattati dal sestetto all’interno del lavoro, si va da partiture tipicamente prog a passaggi molto più violenti quali death, thrash e grind, il tutto senza alcun trauma all’ascolto o cali di ogni sorta. Pur trattandosi di musica estrema i Whitechapel sono riusciti nell’arduo compito di non stufare l’ascoltatore dopo pochi brani, grazie a potenza, cattiveria e quella fame solita di chi vuol crescere in fretta. Unica nota dolente spiace dirlo è la copertina, davvero brutta. Probabilmente non saremo di fronte a un capolavoro, ma stando ai fatti questo gruppo rimane un osso duro contro il quale molti nomi di settore dovranno confrontarsi. Avanti così.
(Eros Pasi)

BLEEDING THROUGH
‘Bleeding Through’-CD
(Roadrunner/Warner)

A detta di molti se ancora oggi parliamo di metalcore, molto lo dobbiamo ai Bleeding Through. Verissimo, in fondo il gruppo di Orange County ha estratto dal proprio cilindro un disco di spessore come ‘This Is Love, This Is Murderous’ e un sequel di tutto rispetto come ‘The Truth’. Dopo di esso ecco la classica svolta dovuta – a detta loro – alla voglia di esplorare nuovi confini sonori (o forse alla fase calante del metalcore? Mah!), e arrivando dritti dritti al NWOAHM di Lamb Of God e soci. Da qui la pubblicazione del discreto ‘Declaration’, disco che non aggiunse nulla di nuovo al DNA dei Bleeding Through se non qualche virtuosismo chitarristico che, francamente, non ha lasciato il segno. Ora ecco il disco omonimo, un passo importantissimo per i Bleeding Through che finalmente sono riusciti a staccarsi da Trustkill per andare a finire in un roster già notevolmente full come quello di Roadrunner. Che dire? Nulla di eclatante visto che a parte qualche variazione stilistica attuata in alcuni brani, il più delle volte sembra di avere a che fare con gli scarti del precedente lavoro! Una sensazione che emerge già dopo l’ascolto dell’opener ‘Anti-Hero’, scoppiettante nel suo incedere tipicamente thrash metal ma purtroppo sporcata dall’uso forzato di quei breakdown che ormai non stupiscono più nemmeno un bambino. A non convincere ci pensa poi anche la splendida tastierista Marta, il cui spazio all’interno della band si fa sempre più misero portandola a ricoprire il ruolo di tappa buchi chiamata a comporre la intro e qualche misera parte di tanto in tanto. Come detto di news qui ce ne sono ben poche, piacciono alcune divagazioni tipicamente black metal e la duttilità vocale del leader Brandan Schieppati, una vera macchina da guerra posta dietro al microfono. La cura maniacale dei brani e la professionalità dei Bleeding Through rimangono intatte, fattori che portano a pensare più a un (lungo) periodo di scarsa ispirazione che a una band alla frutta. In attesa di capirci qualcosa di più appuntamento dal vivo a giugno (Bologna e Roma), dove si potrà tastare dal vivo la validità di questo nuovo lavoro.
(Eros Pasi)

Reviews update

Posted by Salad Days On May - 25 - 2010 ADD COMMENTS

SOULFLY
‘Omen’-CD
(Roadrunner)

Dev’essere stressante far uscire il nuovo disco dei Soulfly quando il mondo intero ti chiede a gran voce la reunion dei Sepultura. Max Cavalera sta provando a fare orecchie da mercante, prima con la finta dei (pur validi) Cavalera Conspiracy, adesso con questo ‘Omen’. Il disco (settimo con la sigla Soulfly) è telefonato fin dalle dichiarazioni promozionali, che lo vogliono far passare come quello più violento mai scritto dalla band. La violenza è palese, ma comunque confinata nei limiti del thrash/death che ben conosciamo: le solite derive hardcore (ad esempio la sfuriata iniziale a nome ‘Bloodbath & Beyond’), il solito groove abominevole (‘Kingdom’), le solite comparsate di amici/ospiti (Tommy Victor dei Prong nella rutilante e crossoverizzata ‘Lethal Injection’, Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan nella sintetica e futurista ‘Rise Of The Fallen’, uno dei pezzi migliori dell’album). La capacità di scrivere composizioni feroci ed insopportabili non si può mettere in dubbio, ma si ha come l’impressione che si vada avanti meccanicamente, senza autentiche spinte creative degne di nota. L’esatto contrario di quello che capitava con i Sepultura nei novanta, quando ogni disco rappresentava un passo in avanti fino al capolavoro ‘Roots’.
(Flavio Ignelzi)

CAST THY EYES
‘We Burn Into The Cold Eyes Of The Sun’-CD
(D.I.Y. Conspiracy)

Davvero affascinante come certe cose possano apparire simili senza mai esserlo veramente fino in fondo. Uno skip veloce su ‘We Burn Into The Cold Eyes Of The Sun’ ed il fantasma dei Converge ti si para inequivocabilmente davanti. In effetti, i punti di contatto fra le due band sono parecchi, eppure c’è qualcosa di estremamente profondo che non permette di prendere il disco di questi Cast Thy Eyes come una semplice e banale copia senza sostanza. Innanzitutto il fatto che siano dei musicisti con la emme maiuscola (e questo si percepisce fin da subito). Poi un suono belluino, registrato in casa propria (Lecce) e masterizzato a New York da Alan Douches (Dillinger Escape Plan, Mastodon, Converge, manco a dirlo). Fatto sta che il massacro sonoro non è evidentemente fine a sé stesso e la personalità del quartetto salentino acquista forma propria senza sforzi apparenti. Un post-core apocalittico ed arrogante, fatto di passaggi punk e grind, architetture scheletriche per quanto immanenti, curve che diventano angoli improvvisi, caos spaventoso nel quale le vocals di Christian Montagna lacerano e strappano. Una vera e propria carneficina che, per essere opera prima, lascia quasi basiti.
(Flavio Ignelzi)

THISORDER
‘Inner Island’-CD
(New Model Label)

L’unica cosa che davvero non capisco di questo ‘Inner Island’, è il posizionamento di ‘Late Empire’, uno dei pezzi più grintosi ed efficaci della raccolta, a chiusura del disco (ignorando evidentemente il giochino sperimentalista della ghost-track). Forse per la teoria che i brani migliori vanno messi all’inizio (per fare bella impressione) e alla fine (per lasciare un buon ricordo)? Fatto sta che questa realtà proveniente da Ischia riesce a convincere senza troppi giri di parole, segno che il loro rock duro percorso da grunge, stoner e hard-psych viene su naturale, come l’acqua termale dell’isola campana. Un po’ Alice In Chains, un po’ Audioslave, un po’ QOTSA, il quartetto di origine partenopea si muove in un ambito abbastanza chiaro e conosciuto, ma non cede mai ai compromessi della faciloneria, anzi cerca di trovare un percorso proprio che lo distingua dai tanti concorrenti omologhi. La produzione sanguigna, frutto della registrazione italiana e della masterizzazione americana (Justin Shurtz presso gli Sterling Sound di New York), segna un punto a loro favore, non accodandosi a suoni già sentiti. Ne viene fuori un lavoro passionale, tagliente, impetuoso, che difficilmente lascerà indifferente.
(Flavio Ignelzi)

LAST DAY BEFORE HOLIDAY
‘Start Living Your Life’-CD
(Wynona)

Se proprio devo dirla tutta, avrei evitato l’uso del vocoder che, non so per quale motivo, mi ricorda inevitabilmente la musica commerciale più tamarra. A parte questo particolare, ‘Start Living Your Life’ suona bene: il punk dei Last Day Before Holiday non è niente di originale (questo bisogna dirlo), ma le melodie californiane dell’album si fanno ascoltare con grande gaudio, e sono a dir poco perfette per la stagione estiva ormai alle porte. I quattro giovani piemontesi viaggiano veloci su ritmiche frenetiche (un po’ à la NOFX), spiattellando armonie degne di New Found Glory o Fall Out Boy. Questo ci dovrebbe chiarire (anche più del monicker) che siamo dalle parti delle deviazioni pop più o meno adolescenziali, ma perlomeno in una confezione che mostra indiscutibile sagacia e ottime capacità. Il disco è fresco e spassoso, riesce nell’intento di non suonare troppo monotono (cosa che capita alla maggior parte dei dischi simili), e dopo qualche repeat risulta anche meno scontato di quel che pare inizialmente. Per questo non mi meraviglierei troppo se riuscisse a ritagliarsi un piccolo posticino di riguardo tra i prossimi tormentoni delle nostre spiagge assolate.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On May - 20 - 2010 ADD COMMENTS

BANDA BASSOTTI
‘Check Point Kreuzberg – Live At SO36 – Berlin’-CD
(Rude)

Per un gruppo come i Banda Bassotti è realmente difficile parlare delle canzoni senza tirare in ballo la fin troppo esplicita inclinazione politica. D’altronde la musica è il mezzo che si sono scelti per combattere la loro battaglia, per diffondere i propri ideali, per far sentire le proprie ragioni. L’ensemble romano sceglie l’SO36 di Berlino come location per registrate il loro secondo live ufficiale (dopo ‘Un Altro Giorno D’Amore’ del 2001), per un concerto che comunque porta ben impresso il marchio Made in Italy, soprattutto perché GianPaolo “Picchio” Picchiami si rivolge al pubblico in italiano. La sfilata di amici & ospiti è considerevole: c’è infatti O’Zulù dei 99 Posse, in quei piccoli inni generazionali che sono ‘Odio/Rappresaglia’, ‘Curre Curre Guagliò’ e ‘Rigurgito Antifascista’, c’è Juanra dei Kop che duetta in ‘Zu Atrapartu Arte’ dei Kortatu, c’è Stefano “Cisco” Bellotti (ex Modena City Ramblers) e c’è l’amico Rude in ‘Guns Of Brixton’ dei The Clash. Non mancano naturalmente tutti i classici della band (‘Avanzo Di Cantiere’, ‘L’Altra Faccia Dell’Impero’, ‘Figli Della Stessa Rabbia’), e non mancano ‘Avanti Popolo’ e ‘Bella Ciao’. E poi abbonda la passione, sempre ardente a dispetto dei vent’anni di attivismo, e abbonda l’energia combattiva del loro ska/punk, ricambiata da una platea entusiasta e partecipe.
(Flavio Ignelzi)

BURY YOUR DEAD
‘Bury Your Dead’-CD
(Victory)

Risalgono al 2008 questi trenta minuti (o poco più) di arrembante metal-core, il primo disco dei Bury Your Dead col cantante Mike Terry (ex Kassius) ed il primo a subire le forti influenze del new-metal, di quello più becero e standardizzato che si sorregge(va) su ritornelli grossomodo orecchiabili. Questo disco auto-intitolato, il primo passo verso una deriva commerciale che lascerà insoddisfatti i vecchi fan, quelli dei primi lavori, risale altresì a prima dell’incidente stradale che condizionerà, in qualche misura, il successivo ‘It’s Nothing Personal’. La band originaria di Worcester, Massachusetts, ha sempre avuto un bel tiro ed è sempre riuscita a picchiare duro, anche se in questo caso parte del merito va certamente alla produzione sfavillante di Jason Suecof (All That Remains, August Burns Red, The Black Dahlia Murder). Il loro metal-core che alterna sincopi furiose a momenti melodici, scream a vocals pulite, brutalità a fruibilità, non è nulla di troppo originale e non riesce a convincere. Persino la comparsata di Mark Tremonti degli Alter Bridge (nel pezzo ‘Year One’) sa di studiato per attirare l’attenzione di un certo pubblico “nu”. Insomma sembra solo un basso mezzuccio per un disco evidentemente non del tutto riuscito.
(Flavio Ignelzi)

THERE FOR TOMORROW
‘A Little Faster’-CD
(Hopeless/Rude)

Non è così strano guardare ai There For Tomorrow con un pizzico di sospetto. Vengono fuori come migliore band emergente da una competizione organizzata da mtvU, il Woodie Award, che premia la musica ascoltata nei college e votata dagli studenti stessi. Questo ‘A Little Faster’ è il full-length di debutto su Hopeless Records, sebbene abbiano già registrato un disco autoprodotto nel lontano 2004 e un paio di e.p. sostanzialmente promozionali. Se si prova ad ascoltare la title-track, ci si rende conto di come riesca ad inglobare con precisione certosina tutte le caratteristiche che deve possedere un singolo di successo: orecchiabilità adolescenziale, un po’ di chitarrina, un po’ di energia, voce caruccia. Facce da modelli e pettinature scolpite nel vento, faranno di certo impazzire le ragazzette di mezzo mondo, molto più che per il loro pop-punk spruzzato di alternative. Il produttore David Bendeth (Paramore, All Time Low, Breaking Benjamin) è una garanzia di successo, bazzicando esattamente in quell’ambiente ed assicurando una buona qualità globale. Non so se i quattro giovani floridiani sanno anche suonare qualche strumento (non ci giurerei), ma sono certamente meglio dei Tokyo Hotel.
(Flavio Ignelzi)

THE TOSSERS
‘Gloatin’ And Showboatin’ – Live On St. Patrick’s Day’-CD
(Victory)

Se c’è uno spettacolo imbattibile per il coinvolgimento e la baldoria di gruppo che è in grado di generare, quello è certamente un concerto di musica celtic-punk, di quella suonata con passione e trasporto. Di questa particolare categoria fanno parte i chicagoani The Tossers, i quali rappresentano il meglio che il genere è riuscito a proporre in questi anni, tanto da poterli affiancare per importanza ai vari Dropkick Murphys, Flogging Molly e The Real McKenzies. Questo ‘Gloatin’ And Showboatin’: Live On St. Patrick’s Day’ non è il loro primo live, ma è sicuramente un prodotto che trasuda sudore, slancio, voglia di divertirsi, anche perché è stato registrato al Metro di Chicago, davanti al pubblico amico. Dall’inizio alla fine, per quindici tracce e settantuno lunghi minuti ad alto tasso alcoolico, è un susseguirsi di Oi!-Core, Irish-Folk, Punk-Rock senza soluzione di continuità, con il violino di Rebecca Manthe ed il flauto di Aaron Duggins a guidare le danze. Senza l’utilizzo di strumenti elettrici, accompagnati dai cori ubriachi di una platea in estasi, i Tossers non si risparmiano un attimo, snocciolando le loro canzoni arrembanti cariche di ironia e dense di temi sociali, ma preservando un forte sapore tradizionale. Che altro dire? Buttatevi nella bolgia.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On May - 13 - 2010 ADD COMMENTS

BLAKE
‘I Was Young In The 90′s’-CD
(No Reason)

‘Years’ è l’inizio ed il suo melodic-punk è talmente limpido e trascinante da non dare adito a dubbi su cosa sia il progetto Blake e quali siano le sue potenzialità di incantare e di affermarsi. Per capirci stiamo parlando di uno di quei dischi che (il titolo lo esprime fin troppo apertamente) sarebbe potuto uscire nei tardi anni novanta con gioia e giubilo di tutti, quando il pop-punk significava California ed il prefisso “emo” non era un’ingiuria; belle canzoni (perché di canzoni stiamo parlando) mitigate da quel po’ di adolescenzialità che definire college-rock sta a significare una precisa categoria musicale, questa sorta di Seed’N’Feed meets Satanic Surfers meets No Use For A Name meets Miles Apart meets qualcosina di Propagandhi (non è mia, ma la condivido in toto) che sulla breve distanza spacca di brutto e sulla lunga non necessita dell’insulina a portata di mano per resistere. Il combo bresciano possiede i numeri giusti, maturati col tempo (è attivo dal 2002) e con la pratica (questo è il terzo full-length), ma rischiano di passare inosservati in una scena perennemente sovraffollata. Voi seguite un consiglio e fatevi un favore: procuratevi questo ‘I Was Young In The 90’s’. Mi ringrazierete.
(Flavio Ignelzi)

RED I FLIGHT
‘The Years’-CD
(Victory)

Di certo non sono dei campioni di personalità, questi Red I Flight, però (porca miseria) quanto bastonano. Il quintetto del Michigan, qui al suo debutto su Victory, può genericamente rientrare nel calderone ribollente del death-core, prediligendo delle soluzioni sonore vicine a quelle della scena tradizionale scandinava, ammodernate un po’ nei suoni e rese per questo ancor più detonanti. Nonostante il vocalist Josh Robinson esibisca dei growls particolarmente gutturali e cavernosi, sono i due chitarristi Eric Gerloff e Matt Earp a ricoprire il ruolo di veri protagonisti, diversificando il loro lavoro in maniera egregia, dal groove al wall of sound, fino alla tessitura di trame incrociate quasi neoclassiche. Come in ‘Vigo The Carpathian’, ad esempio, una delle tracce più efficaci, che esibisce un coinvolgente retrogusto folk nordico. La produzione impeccabile di Jamie King (Between The Buried And Me, He Is Legend, Secret Lives Of The Fremasons) assicura un impatto distruttivo e permette ai Red I Flight di entrare in competizione con i gruppi simili già famosi ed affermati. ‘By The Beard Of Zeus’ chiude, con il suo riffing solenne e spaventoso, questo ottimo esordio che certamente saprà fare proseliti.
(Flavio Ignelzi)

AS I LAY DYING
‘The Powerless Rise’-CD
(Metal Blade)

Considerato il loro percorso in costante ascesa, sotto il profilo tanto della notorietà quanto della influenza sulle band più giovani, era prevedibile che gli As I Lay Dying giungessero ad una sorta di disco-culmine. ‘The Powerless Rise’ (quinto album in quasi dieci anni di carriera) lo rappresenta abbastanza fedelmente, smentendo nel titolo quello che è nei fatti: un disco potente e monolitico, nonostante continui il percorso iniziato col precedente ‘An Ocean Between Us’, che tanti nasi aveva fatto storcere tra gli oltranzisti del genere metal-core. Il pericolo, per una band sotto i riflettori di stampa e pubblico, era quello di sembrare intenzionata ad acquisire ulteriori consensi popolari (attraverso le vocals clean ed i giri melodici), rischiando di smarrire il suono e lo spirito iniziali. Invece, per recuperare critica e fan, il combo cristiano ha optato per un innalzamento del livello di violenza, affidandosi alla produzione deflagrante del fidato/esperto Adam Dutkiewicz (Killswitch Engage, All That Remains, From Autumn To Ashes), senza rinnegare le scelte che avevano caratterizzato il capitolo precedente. Ne è venuto fuori un album che riesce ad essere brutale, ma non indigesto; martellante, ma non ignorante; melodico, ma non commerciale. Insomma, quasi la formula perfetta del metal-core moderno.
(Flavio Ignelzi)

I GOT A VIOLET
‘Backwash’-CD
(New Model Label/Audioglobe)

Gli I Got A Violet riescono a lanciarsi oltre l’ostacolo promulgando una sintesi tra istanze garage d’annata, psichedelica spicciola e beat anni sessanta capace in qualche modo di riallacciare i contatti ossidati del modernariato rock alla centralina esausta del revivalismo. Con tutto ciò che questo comporta: siano gli spurghi elettrici di ‘Priest Pube’, siano le fregole post-punk di ‘Swing Swang’ (che è pure il primo singolo del disco), fino all’accessibilità glam che non è assertività di ‘Brand New Dance’. Con un modus operandi che guarda al passato senza troppa soggezione, e una scrittura abile a ravvivare circostanze altrimenti desuete, la band veneta procede dinoccolata rivelando le potenzialità di uno sghembo pop che potrebbe piacere ad una platea potenzialmente molto ampia. Patchwork di reminiscenze fino a poco tempo fa considerate scarti di evoluzione, trascinati dalla corrente e accumulati dalla risacca del titolo, lo-fi per natura ed ispirazione, l’album recupera idee ed ispirazioni dal passato per creare il nuovo ed il fresco che è il presente, tra Pavement e Beatles, Sonic Youth e Stooges. In chiusura, a suggellare la scaletta arriva pure l’impennata di watt a titolo ‘Junky’s Elevator’, come a dire: aspettatevi cose anche più rumorose. E noi le aspettiamo con piacere.
(Flavio Ignelzi)

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Posted by Salad Days On May - 7 - 2010 ADD COMMENTS

G.O.D.
‘Generation On Dope’-CD
(Bagana)

Che fatica intuire da che parte vogliano andare a parare questi G.O.D. (acronimo che sta per Generation On Dope). Di certo il loro è un rock’n'roll figlio dei nostri tempi. Diremmo “modern metal”, per usare un’espressione oggi tanto in voga ma che non chiarisce niente e che può condurre fuori strada. Potremmo paragonare il quartetto varesino ai Motley Crue, se non si percepisse nelle loro corde anche qualche istanza più vicina al metal cosiddetto “nu”, persino al grunge di ultima generazione. E’ comunque una musica sferzante, energ(et)ica, con un’attitudine “street” che rimanda al Sunset Boulevard di vent’anni fa (lacca, tatuaggi, donne, motori), nella quale le istanze più incazzate si (con)fondono a partiture di sporco glam. L’album comunque appare un po’ sfilacciato nelle sue dodici tracce (più bonus-track), altalenante e poco coeso (soprattutto quando entra in gioco l’elettronica e la dance). La band non è proprio di primo pelo (ex Razzle Dazzle) e quindi certe scelte non si spiegano solo con l’ingenuità del debutto. Forse bisogna calibrare le ispirazioni e chiarire gli obiettivi. Ultima annotazione: la confezione è magnifica, con la copertina che evoca le schiere celesti e la musica che puzza di zolfo.
(Flavio Ignelzi)

THE NATURAL DUB CLUSTER
‘Neg|Entropy’-CD
(Alambic Conspiracy)

Abbastanza espliciti fin dalla scelta del monicker, i The Natural Dub Cluster si presentano con un lavoro d’esordio confinato all’interno di un reggae/dub di realizzazione elettronica, non così sofisticato o anomalo da destare troppa curiosità. Otto composizioni più tre remix che sembrano tutte un’unica variazione della stessa idea: battuta bassa in levare, effetti electro, giri circolari ed infiniti, strumentazione sintetica. Quando ci si distacca (relativamente) da questo ossessivo paradigma (tipo in ‘Equilibrium’), si riconoscono anche altri pattern di scrittura e qualche soluzione più accattivante. Altrimenti si ha l’impressione di girare a vuoto, in cerchio, nonostante l’utilizzo di qualche voce femminile (Isma, cantante degli Almanacer, e Liv, cantante dei Liv’n'Symposium), di un sassofono (suonato da Vale, già collaboratore dei Genevieve e degli Obelisco Nero) o di un didjeridoo (suonato da Scajot). Il progetto dei fratelli Giallu e Fede, di base a Recanati, è evidentemente qualcosa più di un semplice disco, considerato che prevede anche una componente visiva, ma per il povero ascoltatore occasionale (come il sottoscritto) risulta comunque eccessivamente ripetitivo. Aspettiamo sviluppi futuri perché le potenzialità ad ogni modo appaiono intriganti.
(Flavio Ignelzi)

UTOPIA
‘Ice And Knives’-CD
(Anteo)

Gli Utopia hanno coraggio a cimentarsi con un genere così inflazionato e così competitivo come il metallo progressivo. Inflazionato perché la categoria è fin troppo affollata con la lista delle band che si allunga ogni giorno di più; competitivo perché è necessario possedere una competenza tecnica non indifferente per poterlo scrivere e suonare degnamente. Il quintetto romano dimostra di essere certamente competitivo: si accoda alle direttive impartite anni addietro dai soliti Dream Theater e Fates Warning, ma pone l’accento su una componente tipicamente fusion che lo riesce a far distinguere dai tanti gruppi simili. Così, accanto a armonie manifeste, cambi di tempo continui, assoli virtuosistici e architetture sonore intricate, troviamo anche le tipiche inflessioni del jazz. Certo, all’interno di ‘Ice And Knives’ sono presenti anche situazioni più semplici, come l’heavy martellante di ‘Walk Alone’, con la partecipazione del bravo chitarrista Marco Sfogli (James LaBrie, Magni Animi Viri), o il pomposo lentone ‘Blue’. Il colpaccio potrebbe essere realizzato con ‘Bad’, cover del celebre hit di Michael Jackson, che possiede i giusti appigli commerciali per far parlare di sé e arrivare ad un pubblico che non è di soli progster. Staremo a vedere.
(Flavio Ignelzi)

YOKOANO
‘Yokoano’-CD
(Canapa Dischi)

Non sono né emergenti tantomeno sprovveduti, questi Yokoano. Innanzitutto perché sono guidati da Daniele “Dani” Marceca, da sempre cantante/chitarrista dei Pornoriviste (storico act punk-rock nostrano), che non è certo il primo arrivato; in secondo luogo perché rappresentano la prima uscita ufficiale della Canapa Dischi, etichetta creata dai Punkreas che intende muoversi ed agire senza barriere di genere, e quindi non concentrandosi soltanto all’interno del conosciuto ambiente punk/ska. Questo disco d’esordio degli Yokoano ne è l’esempio più lampante. Il trio comasco sciorina undici tracce che posseggono senza dubbio un cuore hardcore, soprattutto come attitudine, ma che mostrano corazze metal nell’uso delle chitarre e un’ispirazione decisamente crossover (nel senso più letterale del termine, cioè “incrocio di generi”). Da questo punto di vista, l’album ha certamente raggiunto un primo proposito: quello di risultare non facilmente catalogabile. Ma il disco è anche e soprattutto una buona collezione di canzoni, come ‘Vengo Dal Vuoto’, ‘U.O.M.O.’ o ‘Voglio La Guerra’, dalla scorza dura e dalla struttura tutt’altro che banale. E si percepisce pure un processo di maturazione in atto che potrebbe portare a interessanti sviluppi.
(Flavio Ignelzi)

AIRBOURNE
‘No Guts. No Glory’-CD
(Roadrunner Records)

Ritornano gli australiani Airbourne e fin dall’inizio si può notare come fedeli al motto “squadra che vince non si tocca” ci ripropongono lo stesso modus operandi che li ha rivelati l grande pubblico con ‘Running Wild’, fortunato disco d’esordio: sano e robusto hard rock che prende leggermente in “prestito“ qualche idea dai loro connazionali fratelli Young. In questo secondo lavoro, per fortuna non c’è stato il temuto addolcimento dei suoni, di contro però mancano quelle tre o quattro hit che si elevavano a cavalli di battaglia, come è stato nel loro primo lavoro e che sono diventate dei veri inni; oggi i brani risultano più omogenei, comprese le cinque bonus track. La mia favorita è ‘Bottom Of The Well’ che possiede un’anima diversa rispetto alle altre, più cadenzata e sicuramente più ragionata; il turismo del narcos in ‘White Line Fever”non suona male e il singolo ‘No Way But The Hard Way’ possiede il giusto refrain per rimanerti in testa: potente e orecchiabile allo stesso tempo. Possiamo discuterne per giorni sull’ originalità di questi Airbourne ma un dato resta incontrovertibile: sono stati L’UNICO gruppo a suonare questo tipo di musica e a sfondare negli ultimi anni sulla scena internazionale. Se questo avviene c’è sempre una ragione valida; la band dei fratelli O’Keeffe offre una musica che piace a tutti per la sua semplicità, inizi a scuotere la testa e non ti fermi più: il rock’n’roll è puro divertimento…ragazze, amici, birre e casino, il resto sono solo chiacchere: ”kickin’it old school”.
(X-Man)

Skam Dust on countdownrecords

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